Io credo che noi siamo come i personaggi del mio romanzo
Ubik: siamo in una condizione di semi-vita.
Non siamo morti, ma neppure vivi, bensì tenuti in una cella frigorifera, in attesa di essere scongelati.
Servendomi della forse abusata metafora del susseguirsi delle stagioni, quello di cui parlo è l’inverno, l’inverno della nostra specie, l’inverno dei semi-vivi di
Ubik.

 

In Ubik il tempo è stato annullato e non procede più nel modo lineare da noi esperito.
Quel che i personaggi di Ubik vedono può essere il tempo ortogonale che si muove lungo il suo normale asse; se noi stessi vediamo in un certo senso l’universo all’inverso [reversed], allora le “inversioni” di forma subite dagli oggetti in Ubik potrebbero essere un impulso verso la perfezione.
Ciò implicherebbe che il nostro mondo, in quanto esteso nel tempo (invece che nello spazio) è come una cipolla, con un numero praticamente infinito di strati. Se il tempo lineare sembra aggiungere strati, allora forse il tempo ortogonale li sfoglia, pelando strati di
Essere sempre più grandi.
Viene in mente, a questo riguardo, la concezione plotiniana dell’universo visto come serie di anelli concentrici di emanazione, ciascuno dotato di più
Essere – o realtà – del successivo.
Philip Dick

 


Non sono un romanziere, sono un filosofo narrativo. Mi piace costruire universi che poi vanno in pezzi. Mi piace vedere come i personaggi dei romanzi affrontano questo problema. Ho un amore segreto per il caos.
Il tempo fugge. Verso dove? Forse duemila anni fa ci è stato rivelato. O forse non era così tanto tempo fa: forse è solo un’illusione che sia passato tanto. Forse è stato una settimana fa, o addirittura oggi stesso, poco fa.
Forse il tempo non sta solo fuggendo: sta finendo.

Le due principali questioni affrontate nei miei scritti sono: Che cos’è la realtà? e Che cosa è autenticamente umano?


Giorgio de Chirico – Il trovatore, 1917 (particolare)

Come scrittore di fantascienza devo ovviamente continuare a guardare avanti, al futuro, sempre.
Tutta la dedizione di cui sono capace, in questa guerra che stiamo combattendo, per mantenere e aumentare quel che resta di umano in noi, la nostra parte più profonda, la fonte del nostro destino.
Il nostro volo deve portarci non solo alle stelle, bensì anche dentro la natura del nostro stesso essere.
Perché non solo il
luogo a cui siamo diretti è importante, bensì anche quel che siamo mentre compiamo il nostro pellegrinaggio. Anche la nostra natura ci accompagnerà.
Ad
astra, ma per hominum. Non dobbiamo mai dimenticarcene.


Giorgio de Chirico – Il doppio sogno di primavera, 1915

“Chissà se lo spirito dell’uomo viaggia verso l’alto, e il respiro delle bestie scende sotto la Terra?” domanda la Bibbia.
Un giorno, in una versione successiva, potrebbe chiedere: “Chissà se lo spirito dell’uomo viaggia verso l’alto, e il respiro degli androidi verso il basso?”. Dove vanno le anime degli androidi dopo la morte? Ma… se non sono vivi, non possono morire. E se non possono morire, allora saranno con noi sempre.
Ma hanno un’anima? E noi, a proposito, ce l’abbiamo?
Philip Dick

So it goes, così va il mondo, per il malinconico Joe Chip, il quale anticipa con questa battuta, a conferma che Dick è in sintonia con certi aspetti maggiori della cultura americana dell’epoca, il Billy Pilgrim di Kurt Vonnegut jr nel romanzo Mattatoio n. 5, pubblicato anch’esso nel 1969.
Entrambi, Joe e Billy, sono pellegrini sperduti nei labirinti temporali che avvelenano il sogno americano, consumato tra le macerie delle città bombardate durante la Seconda guerra mondiale, inquinato dalla mediocrità della vita quotidiana, mercificata e priva di ideali, visitato dagli incubi di creature aliene o sovrannaturali, che impongono la loro volontà maligna al corso degli eventi.
Così va il mondo.

Ubik è la quintessenza della merce e dunque il nucleo allo stato puro dell’ideologia capitalistica americana, qui ridotta all’osso di una sequenza di conflitti violenti e insidiosi, che scaturiscono dal conflitto degli interessi imprenditoriali per cui si affrontano Runciter e Hollis.
L’enorme potere di Ubik porta alla confusione dei valori economici e di quelli etico-religiosi.
Anche la vita dopo la morte è gestita secondo calcoli commerciali, come dimostra la figura ipocrita e ossequiosa di Herbert Schoenheit von Vogelsang.
Ubik è lo spazio immenso e proteiforme del linguaggio letterario, che Dick paradossalmente recupera nel corpo degradato di un romanzo, scoprendolo o coprendolo con la fitta trama di citazioni o di rinvii più o meno espliciti, che possono andare dal linguaggio biblico ad Alice nel paese delle meraviglie, dallo Shakespeare del Riccardo III al Tolkien dello Hobbit, evocato da Ella, un’abitante della Middle Earth dickiana. 

Dick affida al senso di solidarietà che unisce Joe Chip ai suoi compagni un’ultima possibilità di lettura dei segni indecifrabili che compongono la superficie impenetrabile del reale. Se la sconfitta è inevitabile e si può esistere solo dentro i sogni di un altro, rimane importante che qualcuno sia ancora in grado di sognare, di conservare una pur precaria memoria del passato e dei sentimenti, di raccontare una storia palesemente inventata, fatta di emozioni e di affetti, in modo che l’assenza e il silenzio vengano interrotti da una voce profondamente umana.
Sopravvissuto al naufragio dei valori e dei sogni americani Dick è come uno dei morti-viventi di Ubik. Il suo racconto arriva confuso e carico di interferenze, filtra solo attraverso le pagine di un romanzo di fantascienza  non dà alcuna certezza di verità.
Ma finché lo ascolteremo – come siamo costretti ad ascoltare i segnali sempre più deboli di Ella e perfino di Jory – continueremo ad avere una prova della nostra esistenza, a combattere con/contro Ubik la battaglia della nostra identità, perduta tra le sabbie e le paludi dell’esistenza contemporanea.
Carlo Pagetti – Il mondo secondo Philip k. Dick (estratto)

Fino a pochi decenni fa l’eventualità che uscisse un Meridiano dedicato a Philip K. Dick era impensabile. Questa pubblicazione epocale ci spinge a interrogarci su come intendiamo il canone oggi e, soprattutto, su come la grande letteratura sia sempre in grado di mostrarci scenari ulteriori.

La vita possibile: una conversazione con Emanuele Trevi, curatore del Meridiano di Philip K. Dick.
Andrea Cortellessa – Lucy* sulla cultura (link)



Certo che era pazzo, come una civetta. Ma era anche molto più di tutto questo, aveva una personalità ricca e complessa.

La pazzia costituisce solo una sfaccettatura di quest’uomo incredibilmente complesso, brillante, autenticamente mistico, assolutamente umano.

Philip Dick resta un tesoro nascosto della letteratura americana, dato che le sue opere furono create in maggioranza all’interno di un genere – la fantascienza – che quasi invariabilmente tende ad allontanare ogni seria attenzione. Usò il ciarpame scenico del genere SF per modellare la più intensa fiction visionaria scritta da un autore americano del suo secolo.
Lasciatemi confessare che in questa narrazione mi schiero a favore tanto di un’esistenza che ritengo sia stata degna di nota, quanto di un corpus di opere letterarie davvero unico, e che è stato ingiustamente trascurato.
Lawrence Sutin

Sono felice di dire che, in questo libro, non solo riconosco il mio amico ma, avendolo letto, ora lo conosco meglio.
La narrazione di Sutin non offende né la mia conoscenza razionale né il mio senso emotivo di chi era Philip Dick e, aggiungendo una prospettiva alla sua esistenza, prospettiva che io, in quanto amico e ora esecutore delle volontà letterarie, non avrei mai potuto raggiungere (essendo troppo intimo della materia), mi mette in condizione di offrire la migliore testimonianza che si possa dare sulla biografia di un amico: questo è l’uomo che io ho conosciuto.
Paul Williams – Prefazione alla biografia “Divine invasioni”



Philip Dick è un gigante della fantascienza, paragonabile a Dostoevskij; e quello che mi affascina di più di lui è quanto profetico sia il suo lavoro.

Il suo mondo è il nostro mondo: ciò che vedeva nel suo tempo è oggi qui.

C’è un grande rischio, quando scrivi una biografia, di iniziare a odiare il tuo personaggio… e questo non è mai successo con Dick.
Avevo questa strana sensazione che, ovunque fossi, lui mi stesse guardando da oltre la mia spalla, dicendo: continua, continua, va tutto bene.

L’uomo nell’alto castello (pubblicato anche come La svastica sul sole) fu il romanzo che diede a Philip Dick quel riconoscimento a cui egli ambiva almeno nell’ambito dei circoli della fantascienza angloamericana. Pubblicato nel 1962, approdò nello stesso anno al Science Fiction Book Club e fu premiato l’anno successivo con il premio Hugo.

Dick ormai convinto di dover trasferire nella fantascienza la sua carica di scrittore sovversivo, sviluppa un modo di narrare in cui lo spazio caotico della realtà parte dall’autobiografia dello stesso scrittore e si allarga ad abbracciare una serie di eventi storici dalle proporzioni immense: mette alla prova una serie di ricostruzioni storiche degli Stati Uniti, legate alle vicende della Seconda guerra mondiale.

Esistono due romanzi fantastorici, e l’uno è lo specchio deformato dell’altro. Il lettore di L’uomo nell’alto castello scopre che esiste un universo alternativo in cui le potenze dell’Asse hanno sopraffatto gli Alleati alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre i personaggi del romanzo, fattisi essi stessi lettori, apprendono che esiste un romanzo sovversivo di fantascienza (La locusta si trascinerà a stento) in cui viene delineato un tracciato storico rovesciato: America e Inghilterra vittoriose si sono spartite il pianeta. Anzi, l’Impero britannico sembra lo stato dominante.
Esiste una terza realtà, che è quella della guerra fredda e del minaccioso confronto tra USA e URSS, in cui l’Inghilterra conserva un ruolo del tutto secondario, e in cui il lettore dei veri anni Sessanta dovrebbe riconoscersi.

In una dimensione che è profondamente americana, Dick sta suggerendo ai lettori quello che egli chiede, all’interno della trama, ai suoi personaggi – a loro volta lettori del romanzo La locusta si trascinerà a stento –, e cioè di non tenersi in disparte.
Parimenti, chiede ai lettori di non gustare il suo romanzo controfattuale come un intelligente e innocuo esercizio di fantastoria, bensì di entrare nel labirinto della storia americana e mondiale, per riconoscersi tasselli minimi, ma non del tutto insignificanti, dei grandiosi fenomeni che le ideologie e le tecnologie novecentesche hanno scatenato con furia devastante, e per assumersi la responsabilità di una scelta etica che rimane pur sempre individuale.
Il lettore scopre non tanto quello che già conosce, ovvero che l’America e i suoi alleati hanno sconfitto le potenze dell’Asse, ma che l’America degli anni Sessanta è inquinata dalla violenza, dal razzismo, dall’autoritarismo e dall’ipocrisia delle istituzioni.

Simili ai personaggi-lettori del romanzo dickiano, anche noi cerchiamo nella scrittura visionaria di un artista americano trascurato e reietto una risposta agli interrogativi apocalittici della vita e della Storia del Novecento, così lorda di sangue e di orrori, per continuare a sperare, e ci aggrappiamo a un oggetto d’avorio intagliato dai balenieri del New England, a un monile d’argento, a un romanzo di fantascienza. Sono i frammenti che Dick ha eretto contro le rovine del Novecento.
Carlo Pagetti – Il mondo secondo Philip k. Dick (estratto)

 


Università Cattolica Sacro Cuore – Atlante delle distopie mediali (link)