
La critica mi ha seguito e mi segue con una certa attenzione, in misura superiore, debbo dire, all’aspettativa di uno scrittore appartato e «amateur-like» quale io sono.
Le recensioni a tutt’oggi sono numerose e, per quel che riguarda la sostanza, variano dal moderato elogio alla stroncatura selvaggia.
Il mio atteggiamento di fronte alle sentenze della critica è quello già configurato da altro scrittore e comune, penso, a tutti gli artisti; stupore per quello che i critici sanno trovare nel tuo lavoro e altrettanto stupore per quello che non sanno trovarci.
Scrivo per un’infinità di motivi. Non certo per divertimento.
Ci faccio una fatica nera.
La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti.
Scrivo with a deep distrust and deeper faith.

With a deep distrust and deeper faith (video – link)
Mi chiedi una fotografia.
Ora, sono sette anni circa che non mi faccio fotografare. Dispongo di una sola istantanea, abbastanza felice, ma temo non faccia al caso Vostro. Poco seria, temo, con quello spiegamento di coca-cola. Comunque te la mando, perché, ripeto, non ho altre mie foto.
Se proprio non va, e credo di poter anticipare il giudizio negativo, un mio amico fotografo me ne farà un’altra, un corretto mezzo busto, che ti manderò di fretta.

Circa i dati biografici, è dettaglio che posso brigare in un baleno.
Nato trent’anni fa ad Alba (1° marzo 1922) – studente (Ginnasio-Liceo, indi Università, ma naturalmente non mi sono laureato) – soldato nel Regio e poi partigiano: oggi, purtroppo, uno dei procuratori di una nota Ditta enologica.
Credo che sia tutto qui, Ti basta, no?
Alba, 9 febbraio 1952, A Italo Calvino

Fenoglio andava alla ricerca di un modello umano, di una formazione, di uno stile diverso da quello che il fascismo gli offriva. Hanno scritto molto di sé coloro che si convertirono all’ultimo momento ma forse nessuno scriverà mai la storia di non pochi adolescenti che impararono a rivoltarsi sui banchi di scuola, magari leggendo Platone o Tucidide, e portarono innanzi il loro rifiuto fino alla lotta armata e alla morte.
Fu così che la parola divenne per Fenoglio una cosa seria.
Pietro Chiodi, Fenoglio scrittore civile

Beppe Fenoglio morì all’ospedale delle Molinette di Torino nella notte tra il 17 e il 18 febbraio 1963.
Due anni dopo il filosofo Pietro Chiodi, che di Fenoglio era stato insegnante e intimo amico, volle ricordare le ultime ore del suo ex allievo liceale nella convinzione che quella breve storia gettasse luce non solo sull’uomo ma sullo scrittore.
La malattia lo aveva colto nel pieno della maturità.
Il giorno seguente il ricovero alle Molinette gli venne praticata la tracheotomia.
Persa la parola, ma rimasto cosciente e quasi impassibile di fronte al suo destino, Fenoglio chiese un taccuino in cui poter scrivere per comunicare. Scrisse così molti biglietti: alla moglie Luciana e alla figlia, al fratello, ai genitori, all’amico teologo Don Bussi, allo stesso Chiodi; e dette disposizioni per il funerale, che volle di ultimo grado, senza soste, fiori e discorsi, fedele anche in questo a un credo letterario quasi ascetico, alieno da ogni forma di mondanità.
Sono brevi e amorevoli frasi, citate spesso nei profili biografici dello scrittore, a testimonianza di quel suo singolare carattere in cui l’aspro rigore e il riserbo si sposavano alla tenerezza.
Ma soltanto nel ricordo di Chiodi, tra molte acute osservazioni, si legge che, in uno di quegli ultimi biglietti, Fenoglio stabilì l’ordine con cui desiderava che i suoi racconti venissero ripubblicati.
Purtroppo non ci è dato conoscere il contenuto del biglietto nel quale, secondo la testimonianza di Pietro Chiodi, poco prima di morire Fenoglio stabilì l’ordinamento dei suoi racconti.

Il gorgo, legge Alessandro Baricco (video – link)
È tuttavia lecito pensare che quell’ordine sviluppasse lo schema abbozzato alcuni mesi prima in una lettera ad Attilio Bertolucci, il quale gli aveva proposto di pubblicare una raccolta completa dei suoi racconti presso Garzanti.
Fenoglio aveva risposto entusiasta: la Sua raccolta mi va molto a sangue e me la vedo bene articolata davanti agli occhi.
All’incirca così:
– Racconti della guerra civile: I 23 giorni della città di Alba, L’andata, Il trucco,
Gli inizi del partigiano Raoul, Il vecchio Blister, Un altro muro.
– Racconti del dopo guerra: Ettore va al lavoro, L’acqua verde, Nove lune.
– Racconti del parentado: i tre e forse quattro racconti cui accenno più sopra.
– Un racconto lungo: La Malora.
Ma questo affascinante libro non era allora possibile.
I diritti sui racconti di Fenoglio erano infatti divisi tra due editori le cui posizioni, in occasione della vertenza sul diritto di stampa da parte di Einaudi dei Racconti del parentado, si erano dimostrate inconciliabili.
Il volume a cui Fenoglio rivolse il suo ultimo pensiero vede oggi finalmente la luce.
Luca Bufano

Un irregolare della letteratura (video – link)
Fenoglio appartiene ancora a una generazione d’italiani per i quali la lingua viva è il dialetto, mentre l’italiano è la lingua appresa sui libri […] sicché l’italiano […] si connota pure come la lingua della falsificazione propagandistica della dittatura e dei suoi riti celebrativi.
L’incontro con l’inglese, sui banchi del primo ginnasio, ha per lui il valore di una rivelazione; è la scoperta, tra i soliti imparaticci scolastici, di una lingua magica.
Dante Isella
Fenoglio, fin dagli anni del ginnasio ad Alba, si era immerso, come un pesce si immerge, nell’acqua, nel mondo della letteratura inglese, nella vita, nel costume, nella lingua, particolarmente dell’Inghilterra elisabettiana e rivoluzionaria: viveva in questo mondo, fantasticamente ma fermamente rivissuto, per cercarvi la propria «formazione», in una lontananza metafisica dallo squallido fascismo provinciale che lo circondava.
Fenoglio andava alla ricerca di un modello umano, di una «formazione», di uno stile diverso da quello che il «fascismo» gli offriva.
Pietro Chiodi
Fenoglio, com’è noto, opera una radicale trasformazione della lingua: la rielabora, la riforma attraverso quella celebre e unica commistione di italiano e inglese, sia sul piano lessicale sia su quello morfo-sintattico.
Naturalmente è un inglese arcaico, letterario, talvolta inventato o addirittura distorto che origina uno straordinario ed eccezionale impasto linguistico.
Certamente la spinta in questa direzione fu il rifiuto di un preciso modello culturale: un respingimento consapevole e profondo e non certo rubricabile come tentativo d’evasione di carattere provinciale.
Per Fenoglio, va da sé, non si darà mai un mito americano, ma resta la sua pur singolarissima scelta anglofila come rifiuto della lingua patria, per ridisegnare un mondo alternativo rispetto all’ideologia dominante durante il ventennio in Italia, come dice lo stesso Johnny in Primavera di bellezza:
Ferrero sorrise amaramente.
– Per te, Johnny, anglomania è un termine ridicolmente inadeguato. Tu, tu sei più inglese d’un inglese, ecco.
– Pensi? – disse Johnny, protendendosi per maggiore intimità:
– Eppure io non baratterei l’Italia con nessun altro paese al mondo, sia pure l’Inghilterra. Ma tu dovresti comprendere facilmente la mia posizione: l’anglofilia, l’anglomania se vuoi, come espressione del mio desiderio, della mia esigenza di un’Italia diversa, migliore. E io mi sento letteralmente spacciato se tu e i pari tuoi avete difficoltà a capirmi in questo.
– Io capisco senza difficoltà, Johnny. Ma quelli, gli altri, i nostri insomma, stanno crepando in guerra proprio contro gli inglesi.
– Lo so. Ci creperemo anche noi. Prima che sia finita creperemo tu ed io e un’infinità d’altri come noi. Pensa all’esilarante tragedia: crepare per la causa fascista, distrutti nell’adempimento dell’ordine di distruggere gli uomini che la pensano come noi.
Veronica Pesce – Nel ghiaccio e nella tenebra

La parola, una cosa seria (video – link)
Chi voleva la Resistenza cantata non poteva amare i libri di mio padre.
Se sul piano stilistico gli veniva rimproverata l’anomalia – così poco italiano, troppo cinematografico – su un piano ideologico era ancora più difficile digerirlo.
Ha precorso troppo i tempi? Non sta a me dirlo.
So solo che molti mi parlano di Johnny o di Milton, e di Fenoglio stesso – chiamandolo Beppe, per nome – come di modelli, di miti della propria formazione, non solo letteraria.
C’è una pagina di mio padre che mi sta più a cuore.
Non è in un romanzo, è la commemorazione funebre di un partigiano morto diciannovenne a Valdivilla, Dario Scaglione detto Tarzan.
Il discorso per l’intitolazione di una strada:
Quel rettangolo di metallo – Corso Dario Scaglione – sarà come tanti altri un monumento alla libertà il cui possesso c’è costato lui e tanti altri come lui.
Sarà una pagina aperta a chi vuole e verrà dove noi e i venturi leggeremo le parole che non sono soltanto parole bellissime a scriversi e a leggersi, ma che sono la gloria della vita.
Margherita Fenoglio

Dario Scaglione, nome di battaglia Tarzan. Legge Andrea Scanzi (estratto video – link)
Le aveva sempre pensate, le colline, come il naturale teatro del suo amore, e gli era invece toccato di farci l’ultima cosa immaginabile, la guerra.
Beppe Fenoglio – Una questione privata

E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava e arrivò a scriverlo, e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni.
Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata.
Italo Calvino