
Mattatoio n. 5 è stato un film nel 1972.
È stato un musical nel Teatro dell’Armata Rossa a Mosca nel 1980.
È stato un’opera lirica a Monaco, lo scorso luglio.
È stato uno spettacolo teatrale a Chicago, lo scorso autunno.
È anche un libro.
Lettera a Jerome Klinkowitz (19.01.1997)

Il 50° anniversario della tempesta di fuoco di Dresda è arrivato e se n’è andato senza che io pronunciassi un solo discorso in pubblico, a dispetto dei molti inviti, uno dei quali dalla stessa Dresda.
Mi infastidisce che la Frauenkirche, la cui guglia sormontata dalla Vergine Maria è sopravvissuta alla calamità, debba essere ricostruita.
Pensavo che le sue macerie fossero un monumento perfetto a quei tentati suicidi della civiltà occidentale che sono state le due guerre mondiali.
Lettera a Marc Leeds (17.02.1995)

Negli ultimi trent’anni o giù di lì ho ricevuto molte lettere da insegnanti e bibliotecari su libri miei che hanno causato tempeste in un bicchier d’acqua e calamità ancor peggiori nelle loro comunità.
Le storie di censura sono tutte così regionali.
Nelle piccole città del Dixie, dietro ai censori c’è quasi sempre, granitica, la popolazione tutta – e, naturalmente, la squadra di football.
Il mio primo racconto a suscitare la censura fu quello dei viaggiatori nel tempo che tornano in Terrasanta all’epoca della Crocifissione.
La Bibbia, si scopre, aveva ragione: le tre croci, la corona di spine e compagnia bella. Già che ci sono, decidono di misurare Gesù.
È alto un metro e sessanta, la stessa altezza, per inciso, di Riccardo Cuor di Leone.
Oltraggio! Pandemonio!
Lettera a Susan Abbadusky (12.01.1996)

Accerchiato com’ero da macchine e da idee per macchine, non ho potuto far altro che
scrivere un romanzo – Piano meccanico – che parlasse di persone e di macchine.
E scoprii dai recensori che ero uno scrittore di fantascienza.
Lo ignoravo. Io credevo di aver scritto un romanzo sulla vita.
Da allora sono l’occupante stizzito di un cassetto etichettato come fantascienza, e vorrei tanto uscirne, soprattutto perché un sacco di critici seriosi scambiano regolarmente il cassetto per un orinatoio.

Kurt Vonnegut nel 2005. Alle spalle una citazione di William Blake
La molla della scrittura di Vonnegut è l’indignazione contro la storia.
Motivata, radicata.
Sì, davvero radicale.
Era prigioniero di guerra a Dresda, lo yankee dell’Indiana di origine tedesca, quando gli alleati la rasero al suolo e fu un crimine inutile, immenso e gratuito, quanto – sono parole di Vonnegut – l’atomica su Hiroshima e Nagasaki.
Vonnegut fu tra i pochi sopravvissuti, salvato dalla sua costrittiva occupazione di inscatolatore di melassa nei sotterranei di una fabbrica. Sopravvivere a Dresda è stato come sopravvivere ad Auschwitz, come sopravvivere a Hiroshima.
Vonnegut aveva, a Dresda, vent’anni. E ha dedicato i successivi a pensare a quell’avvenimento, a cercare di elaborarlo, metterlo a confronto, comunicando al lettore tutto il suo sgomento, la sua rivolta, la sua interrogazione, la sua ricerca.
La storia è una lista di sorprese.
E tutto quello che può fare è prepararci ad assistere a qualche altra sorpresa.
Ma, e qui sta la sua grandezza e di qui viene il nostro amore per lui: come è possibile raccontare l’impossibile, l’indicibile, il puramente mostruoso, l’orrore secco della storia?
È la meravigliosa vocazione pedagogica di Vonnegut, è la sua divina idiozia ad avergli fatto tentare strade inusitate e rare, ricorrendo di fronte a tanta paura a due difese elementari che sembravano inaudite e scandalose. Da un lato la comicità.
Dall’altro, la pedagogia, la messa in guardia nei modi più efficaci e moderni.
Nel segno di Rabelais, ma con l’americana affabilità di un Twain e approdando a un post-modernismo non legato alla psicologia ma alla sociologia, o alla scienza, o meglio: all’antropologia di un mondo la cui vera realtà non poteva più venire affrontata con le consuete regole della narrazione.
Goffredo Fofi

Vonnegut, figlio euroamericano, incostante ha, e ostinatamente, continuato a combattere, se non a sperare. La lista di sorprese della storia non è finita, anche se sappiamo che potrebbe finire e lui stesso lo sa.
Leggete Galapagos, per esempio, il più scientifico dei suoi romanzi, narrato da esseri di future mutazioni, milioni di secoli in avanti, dopo la fine sul nostro pianeta della specie umana e di tutte le altre, meno qualche muffa e qualche acquatico microscopico insetto.
L’ipotesi della fine è presente quasi sempre, o è latente, è l’ombra e l’anima della storia. E però si continua.
Se così è la vita, e questi sono i limiti, e queste le pulsioni di morte, e queste le aberrazioni del potere che nascono dall’interno della nostra tecnologica società, c’è da aspettarsi il peggio, è ovvio.
Ma chissà, qualche nuovo arrivato, qualche ingenuo zuccone, qualche divino idiota, potrebbe ancora trovare la chiave di una possibile soluzione, e il mondo seguirlo.
Goffredo Fofi

Kurt Vonnegut – Mattatoio n. 5 (video racconto – link)
Io, un tempo, ero ottimista … un grande entusiasta della scienza.
Pensavo che gli scienziati avrebbero capito esattamente come funzionava tutto e poi l’avrebbero fatto funzionare meglio.
La verità scientifica ci avrebbe reso la vita felicissima e comodissima.
Ma poi è successo che quando avevo ventun anni, abbiamo gettato la verità scientifica su Hiroshima, abbiamo ammazzato tutti quelli che ci abitavano e io ero appena tornato a casa dopo essere stato prigioniero a Dresda e aver visto radere al suolo la città e il mondo stava appena scoprendo quanto erano stati tremendi i campi di sterminio.
Quindi feci a me stesso un bel discorso a cuore aperto: ehi caporale Vonnegut, mi dissi, forse lei sbagliava ad essere ottimista …
