
entropia della città e la fabbrica di parole
Il 9 maggio 1962 Italo Calvino scrive a Umberto Eco di voler redigere un manifesto per una letteratura cosmica.
A un certo punto della sua vita, all’inizio degli anni sessanta, Calvino guarda alla scienza come mai aveva fatto prima.
Per comprendere il nostro inserimento nel mondo, egli sente la necessità di occuparsi delle immagini che la scienza produce e del linguaggio che impiega nel farlo.
Sarà per lui un punto di svolta, dal quale prende forma un programma d’immaginazione e di scrittura che Calvino catalogherà sotto la voce pensare l’universo e che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni; un progetto che lo condurrà in territori inesplorati, verso un nuovo modo di fare letteratura.
Non solo dovrà imparare a navigare negli spazi intergalattici ma, forte dello sguardo acquisito, lo utilizzerà per provare a comprendere come vivere in questo nuovo mondo, ripensando radicalmente il tema della condizione umana.
Una rivoluzione copernicana, condotta nel tentativo di trovare delle vie d’uscita dal mondo di pietra che vede chiudersi sopra di sé.
All’entropia dell’universo egli opporrà l’unico strumento che ha a disposizione: la sua fabbrica di parole, la sua idea di letteratura.
L’utopia infinitesimale delle città invisibili, ovvero la ricerca dei suoi nascosti e discontinui spazi di libertà, è l’unica difesa concreta che Calvino riesce a immaginare di fronte allo sfacelo e al caos del mondo contemporaneo: l’unico spiraglio di ottimismo che riesce a opporre al trionfo dell’entropia.
Pensare l’universo. Italo Calvino e la scienza. Massimo Bucciantini
percorso
- Uova fatali – Michail A. Bulgakov pp. 120 (1924)

- Noi – Evgenij I. Zamjatin pp. 250 (1921)

- Il condominio – James G. Ballard pp. 189 (1975)

- Mattatoio n. 5 – Kurt Vonnegut pp. 208 (1969)

- Ubik – Philip K. Dick pp. 252 (1969)
- Memorie di una sopravvissuta – Doris Lessing pp. 256 (1974)
- Le città invisibili – Italo Calvino pp. 176 (1972)
- Pechino pieghevole – Hao Jingfang pp. 100 (2020)
- Uova fatali pp.120 (1924)
Michail A. Bulgakov (1891 – 1940)

La mattina successiva la città si svegliò come colpita da un fulmine, poiché la storia aveva preso proporzioni strane e mostruose.
Il 16 aprile 1928, di sera, Persikov, professore di zoologia alla IV Università di Stato e direttore dell’Istituto Zootecnico di Mosca, entrò nel suo studio all’interno dell’Istituto in via Herzen.
Il professore accese il globo opaco in alto e si guardò attorno.
Il professor Persikov non leggeva i giornali ed evitava i teatri; sua moglie era fuggita nel 1913 con un tenore dell’opera Zimin lasciandogli un biglietto dal seguente contenuto: «Le tue rane mi provocano un brivido insopportabile di repulsione. Saranno proprio loro la causa della mia eterna infelicità.»
Uova fatali
Uova fatali è un racconto che rientra nel genere antiutopico e avveniristico, ma in modo abbastanza inconsueto: rispetto all’epoca della stesura (1924) il tempo dell’azione è proiettato in avanti di soli quattro anni, quasi a suggerire che il futuro «negativo» non è poi tanto lontano, anzi sembra già alle porte.
Bersagli immediati di Bulgakov sono gli errori e le sviste dei burocrati che vanificano, in un risultato di grottesca e rovinosa mostruosità, la strombazzata fiducia nell’onnipotenza della scienza e nella presunzione dell’apparato politico che vorrebbe strumentalizzarla a fini di potere; ma, a un livello ulteriore e meno contingente, egli pone drammaticamente in luce la cronica sfasatura tra la retorica ottimista dei progetti di trasformazione e la sorda inerzia naturale di quello che dovrebbe essere il primo oggetto della trasformazione stessa, cioè l’uomo.
Giovanna Spendel
- Noi pp. 250 (1921)
Evgenij I. Zamjatin (1884 – 1937)

Tutto ciò, naturalmente, oltre i muri perché la città — la nostra d’oggi — aveva già vinto, e aveva già il suo nutrimento di nafta.
Io, D-503, costruttore dell’Integrale, io sono soltanto uno dei matematici dello Stato Unico.
La mia penna, abituata alle cifre, non è capace di creare la musica delle assonanze e delle rime.
Cerco soltanto di prender nota di ciò che vedo, di ciò che penso — più precisamente di ciò che noi pensiamo (appunto: noi e che Noi sia il titolo delle mie note). Ma essendo appunto un prodotto della nostra vita, della vita matematicamente perfetta dello Stato Unico, non sarà, già per questa semplice ragione, opera di poesia? Sì — lo credo e lo so.
Noi
Lo stile di Zamjàtin è conciso e agile. La composizione è sempre pensata con molto studio, ad ogni particolare è assegnato il suo posto, ogni parola ha un preciso scopo e lo raggiunge.
In lui non v’è né analisi delle esperienze psicologiche dei suoi eroi né dei loro ragionamenti, né si narra di loro, in quanto essi vengono mostrati e caratterizzati nell’azione attraverso i loro comportamenti, gesti e parole.
Mark L´vovič Slonim
- Il condominio pp. 189 (1975)
James G. Ballard (1930 – 2009)

Di fatto, quella struttura abitativa era una piccola città verticale, con i suoi duemila abitanti inscatolati nel cielo.
Laing era sempre felicissimo di quel grattacielo, il primo a essere stato terminato e abitato di cinque unità identiche, facenti parte di un unico progetto immobiliare.
I cinque grattacieli sorgevano sul limite orientale dell’area, e guardavano su un laghetto ornamentale che, al momento, era solo un catino vuoto in cemento, circondato da parcheggi e macchinari edilizi.
Il condominio
Quello che inizia come un libro sulla vita in una meraviglia tecnologica si trasforma rapidamente in uno studio su come la tecnologia può far regredire gli esseri umani al primitivismo.
Il condominio non è un avvertimento di ciò che potrebbe accadere; è un resoconto di ciò che accade, ovunque, in ogni momento.
Ned Beauman
- Mattatoio n. 5 pp. 208 (1969)
Kurt Vonnegut Jr. (1922 – 2007)

Un’intera città finisce in cenere, e muoiono migliaia e migliaia di persone. E poi questo soldato americano viene arrestato tra le rovine per aver preso una teiera; gli fanno un regolare processo e lo fucilano.
Non vi dirò quanto mi è costato, in soldi, tempo e ansietà, questo schifoso libretto. Ventitré anni fa, quando tornai a casa dalla Seconda guerra mondiale, pensavo che mi sarebbe stato facile scrivere della distruzione di Dresda, dato non avrei dovuto fare altro che riferire ciò che avevo visto.
Ma allora non mi venivano molte parole da dire su Dresda, o almeno non abbastanza da cavarne un libro. E non me ne vengono molte neanche ora, che sono diventato un vecchio rudere con i suoi ricordi.
Mattatoio n. 5
Non si può leggere a cuor leggero Mattatoio n. 5, nonostante il tono fluido, discorsivo, con cui il narratore ci accompagna attraverso la storia possa indurci in inganno.
Perché la questione è della massima serietà. Ha a che vedere con la tragedia grottesca e incomprensibile che è stata la Seconda guerra mondiale, con il fatto che Dresda ha potuto essere rasa al suolo con tutti i suoi civili.
Per dire l’indicibile è necessario in qualche modo allontanarsi dagli eventi, prenderne le distanze.
Carolina Pernigo
- Ubik pp. 252 (1969)
Philip K. Dick (1928 – 1982)

Ecco cosa ti danno per un poscredito in una delle città più moderne e tecnologicamente avanzate della Terra. Non me ne andrò di qui finché non ci metteranno rimedio …
Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamano Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno.
Ubik
Ubik è la sostanza sfuggente di cui è fatta la letteratura in senso più generale. In esso è possibile cogliere rinvii allo Hawthorne speculativo e metafisico di molti racconti, al Poe delle burle scientifiche o delle esplorazioni oltre i confini della morte, al Mark Twain del Great Dark.
Ubik è lo spazio immenso del linguaggio letterario, che Dick paradossalmente recupera nel corpo degradato di un romanzo letterario, scoprendolo o coprendolo con la fitta trama di citazioni o di rinvii più o meno espliciti, che possono andare dal linguaggio biblico ad Alice nel paese delle meraviglie, dallo Shakespeare del Riccardo III al Tolkien dello Hobbit, evocato da Ella, un’abitante della Middle Earth dickiana.
Carlo Pagetti
- Memorie di una sopravvissuta pp. 256 (1974)
Doris Lessing (1919 – 2013)

Ma ormai, col grande esodo dalla città, ci vivevano anche famiglie non appartenenti alla classe cui erano destinati quei palazzi.
La felicità? È una parola che ogni tanto ho preso e studiato – ma direi che non tiene, nella forma.
E nel contenuto? E se avesse un intento? Comunque sia, rievocato con questo spirito, il passato sembra immerso in una sostanza estranea, avulsa dal modo in cui lo abbiamo vissuto. Possibile che la memoria sia fatta veramente di questo? Nostalgia? Macché. Non sto parlando certo del desiderio, del rimpianto – quella smania velenosa non c’entra. E nemmeno l’importanza che ognuno di noi vorrebbe attribuire al suo trascurabile passato: «Io c’ero, sai. Io l’ho visto.»
Memorie di una sopravvissuta
Il titolo sottolinea immediatamente il carattere autobiografico che si vuol dare alla narrazione dell’anonima voce femminile, testimone di un’epoca in disfacimento, situata in un futuro non troppo lontano, in una città che, seppure mai menzionata, si può identificare con Londra. In più di un’occasione la scrittrice ha ribadito che il romanzo era la sua «autobiografia immaginativa».
Tra le rovine di una società sull’orlo del collasso, dove il sistema politico-istituzionale continua a esistere, ma ha perso qualsiasi significato, la metropoli si svuota a causa dell’esodo verso la campagna di una parte rilevante della sua popolazione, in un processo entropico, che ricorda J.G. Ballard.
Oriana Palusci
- Le città invisibili e altri racconti pp. 200 (1964/1972)
Italo Calvino (1923 – 1985)
Nelle Città invisibili non si trovano città riconoscibili. Sono tutte città inventate; le ho chiamate ognuna con un nome di donna.
È un libro in cui ci s’interroga sulla città (sulla società) con la coscienza della gravità della situazione, gravità che sarebbe criminale passare sottogamba, e con una continua ostinazione a veder chiaro, a non accontentarsi di nessuna immagine stabilita, a ricominciare il discorso da capo.
Italo Calvino
L’utopia infinitesimale delle Città, ovvero la ricerca dei suoi nascosti e discontinui spazi di libertà, è l’unica difesa concreta che Calvino riesce a immaginare di fronte allo sfacelo e al caos del mondo contemporaneo: l’unico spiraglio di ottimismo che riesce a opporre al trionfo dell’entropia.
Massimo Bucciantini
- Pechino pieghevole pp. 100 (2016)
Hao Jingfang (1984 – )

Pechino pieghevole – Hao Jingfang pp. 100 (2020)
Alle prime luci dell’alba, la città si piegava e spariva dentro la terra.
Alle cinque meno dieci del mattino, Lao Dao attraversò la trafficata corsia pedonale per andare a trovare Peng Li. Dopo la fine del suo turno alla stazione di trattamento dei rifiuti, Lao Dao era andato a casa, prima per farsi una doccia e poi per cambiarsi.
Indossava una camicia bianca e un paio di pantaloni marroni, gli unici vestiti decenti che possedeva. Poiché non aveva nessuno che lo assillasse con i dettagli domestici, aveva semplicemente tenuto quell’abito per anni. Lavorare alla stazione di trattamento dei rifiuti significava che c’erano poche occasioni in cui si richiedeva quell’abito, tranne un matrimonio ogni tanto per il figlio o la figlia di un amico.
Pechino pieghevole
Hao non ha vissuto gli anni del maoismo, non ha potuto testimoniare di persona il passaggio dal sistema collettivista a quello capitalista. È nata in un’epoca in cui la Cina aveva già abbandonato l’ideologia della lotta di classe per intraprendere la trasformazione in potenza economica. Una delle problematiche fondamentali di questa fase è la disuguaglianza.
La volontà di cancellare le differenze di classe è stata spazzata via, rimpiazzata da sforzi di natura opposta, orientati alla competizione e all’acquisizione di ricchezza e benessere.
Una tendenza che si riflette sulla popolazione sotto forma di disparità e pressione psicologica: yali (pressione) è una delle parole più usate dai giovani cinesi per riferirsi al percorso accademico e lavorativo, alle aspettative familiari, al mercato immobiliare e alle relazioni interpersonali.
Federica Ceccarelli
poche storie – tutto è reale, anche l’immaginazione
In un sistema, ad esempio in una città, ci può essere movimento solo se esistono delle differenze / tensioni (Es.: caldo / freddo dove il calore si trasferisce dal caldo al freddo).
Una volta che tutte le differenze si saranno compensate (massima entropia), nessun movimento sarà più possibile.
L’utopia infinitesimale delle Città invisibili, ovvero la ricerca dei suoi nascosti e discontinui spazi di libertà, è l’unica difesa concreta che Calvino riesce a immaginare di fronte allo sfacelo e al caos del mondo contemporaneo: l’unico spiraglio di ottimismo che riesce a opporre al trionfo dell’entropia.
La differenza fra equilibrio statico ed equilibrio dinamico è la stessa che c’è fra la vita e la morte.
E allora accontentiamoci di come tutto scorre. E cerchiamo di fare la nostra parte.
Cerchiamo di capire.
“…verremo da voi per rendere la vostra vita divina, razionale e precisa come la nostra.” (NOI – Evgenij I. Zamjatin)
Che risultati può avere la commistione dei principi scientifici con i valori morali?
È questa una delle domande aperte che il percorso vuole lanciare nell’interpretazione del lettore.
I principi scientifici e quelli umanistici sono parte – fasi – di uno stesso processo che è il progresso della conoscenza.
La fase umanistica può essere definita come successione di desiderio, osservazione, intuizione, a cui segue la fase scientifica: verifica e sperimentazione per ottenere la riproducibilità.
Su questa falsariga, dire che Giulio Verne ha inventato il sommergibile, acquista un significato più concreto.
Ma attenzione al manovratore. Semplici uova potrebbero diventare fatali.
A chiunque si sia perso negli infiniti modelli di realtà del mondo moderno, noi diciamo: Philip K. Dick e Mattatoio n°5. Prima di Matrix e di Pechino pieghevole.
Quindi, per me che leggo e scrivo di ciò che leggo, che cos’è la vita reale? Semplice.
È esattamente quello che sto percependo e che sto facendo.
Insomma, poche storie. Tutto è reale; anche l’immaginazione.
E l’immaginazione è teorizzata e praticata da autori come Doris Lessing e, ancor prima, da J.G. Ballard, a cui si deve il manifesto che rivendica alla SF il compito di esplorare non più i viaggi interplanetari, ma lo spazio interiore.
Non sempre i soli elementi razionali riescono a dare una risposta a tutto.
Sembra in realtà che tutto già succede, nel passato, nel presente e nel futuro, come una magia inesorabile frutto della molteplicità e del caso da cui tutto può evolversi.
In questo senso la probabilità che un posto immaginato esista non è mai nulla, basta cercarlo con gli occhi di chi partecipa. Inno alla vita.
Siamo inseriti in un meccanismo.
Le cose diventano storie, che ci usano per essere raccontate.
entropia
Entropia (dal greco antico ἐν?, en, “dentro” e τροπή, tropè, “volgere” e quindi “involuzione”)
È una funzione matematica dello stato di un corpo o sistema di corpi, introdotta in termodinamica per definire la parte di energia inutilizzabile, ossia non trasformabile in lavoro meccanico.
Dal secondo principio della termodinamica si dimostra che per ogni corpo o sistema di corpi è possibile definire, sopra una trasformazione reversibile, conducente da uno stato iniziale a uno stato finale, una funzione delle quantità di calore assorbite o cedute dal corpo durante la trasformazione e della temperatura assoluta in cui avvengono tali scambi.
La legge dell’entropia dice: «in un sistema isolato, attraverso qualsiasi trasformazione, l’entropia totale del sistema non diminuisce mai; se la trasformazione è perfettamente reversibile, ideale, l’entropia totale rimane sempre costante; se la trasformazione è reale ed irreversibile, l’entropia totale cresce sempre».
Una conseguenza della legge dell’entropia sopra enunciata è che, essendo l’universo fisico considerato nella sua totalità un sistema isolato, l’entropia totale di esso cresce sempre e tende ad un massimo in relazione al contenuto totale invariabile di energia che possiede: raggiunta l’entropia massima, non è possibile più alcuna trasformazione in qualunque parte del sistema e si avrebbe perciò la morte dell’universo fisico.
Diciamo «si avrebbe» e non «si avrà» la morte dell’universo, giacché l’affermazione è condizionata da due ipotesi non controllabili sperimentalmente e quindi tali che esulano dal campo della scienza:
1) che l’universo sia sempre un sistema isolato, e cioè non riceva nuova energia, p. es. per un intervento straordinario di Dio o per la continua creazione di materia, secondo le teorie cosmologiche dello stato stazionario
2) che le leggi fisiche da noi osservate abbiano una validità universale e costante nello spazio e nel tempo.
Sotto queste due condizioni e a meno di ammettere trasformazioni infinitamente lente, si può affermare che, come il futuro, così anche il passato dell’universo ha una durata finita e che quindi vi è stato un inizio dell’attuale evoluzione cosmica.
Su questa considerazione si fonda l’argomento entropologico per l’esistenza di Dio.
