Pierluigi Cappello

Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno
l’ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali.

 

Si è gettati nella propria lingua.
Personalmente, mi sento percorso, attraversato da quella italiana e, nello stesso istante, il mio sguardo è germinato, si è dischiuso al vedere con il friulano.
Per secoli lingua senza popolo né nazione, l’italiano ha rappresentato un’idea e sono stati i dialetti, con la loro oltranza espressiva, a farsi le parole delle cose, a portare lo spessore dei corpi, a versarsi nelle città, sporcandosi i passi nel fango delle strade.

 

Per scrivere bisogna poter mobilitare tutte le risorse, avere la disponibilità di un corpo che ti risponde. La scrittura passa per una unità biologica fatta di testa e corpo.
Avere interne regioni che non comandi richiede uno sforzo enorme.
Non ci sono moventi precisi che ti portano alla scrittura: ci sono piccoli passi, sussulti dell’esistenza …
Ho cominciato con elenchi di parole, come un uomo di montagna che ha paura dell’acqua e inizia a metterci prima un piede, poi avanza un altro po’, fino a scoprire di starci bene.

 

Chiusa

Chiusaforte è il mio paese d’origine, una sottile linea di case infilata in un canale
– il Canal del ferro – situato nella punta estrema nord-orientale d’Italia.
Poco più a Nord, i confini di Austria e Slovenia.
Immediatamente a monte di Chiusaforte il Canale assume la forma di una gola: le falde delle montagne che lo chiudono si alzano distando l’una dall’altra “lo trazer de un bon brazho”, poco più di un tiro di sasso.

 

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Il 6 maggio 1976 alle 21.02, con il primo boato del terremoto,
la fantasia di tutti i bambini friulani si riunì e si espanse come una dolente, gigantesca bolla per accogliere entro i suoi confini una nuova regione, la regione di un terrore primordiale da animali spaventati.

Per me i colori del terremoto sono il bianco, il grigio, il nero: il bianco è il colore delle pietre macinate, delle ferite delle case, il grigio è il colore della polvere che copre i vivi e i morti insieme, il nero è il colore degli anziani che si aggirano fra le macerie, disorientati come giraffe nella neve.

Questa libertà

 

Per un poeta la prosa è un modo d’essere della poesia. Poesia e prosa sono vissute da un poeta come le due sponde di uno stesso fiume.
«L’uso – dice Leopardi – ha introdotto che il poeta scriva in verso. Ciò non è della sostanza né della poesia né del suo linguaggio, e modo di esprimer le cose» (Zibaldone, 14 settembre 1821).
Nella scrittura di Pierluigi Cappello la prosa è in dialogo costante con la poesia: si pensi a Questa libertà, il libro che accoglie volti, voci, fatiche, tragedie di Chiusaforte nel Friuli, ed è insieme racconto di sé e meditazione sui nodi gravi dell’esistenza, interrogazione del corpo e del paesaggio, disegno di un’alterità e di un’elevazione, «volo» che muove dalla consapevolezza di essere nel recinto della finitudine.

Antonio Prete
1976, Settembre

Ma adesso siamo con le Corriere che portano via
nella polvere in mezzo agli odori
e il viaggio fanno male le orecchie
quando si scendono le montagne,
e ognuno va con sé, dentro la corriera,
anche parliamo senza parlare tutti neri come lavagne
finché quando si vede il mare il mare non è niente,
solo un’acqua più grande
dove non si sa come restare.

 

Lungo il percorso

Azzurro elementare

Elementare

E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

 

Assetto di volo

Ci vuole un’estate piena e un padre calmo,
un dio non assiso in mezzo agli sconfitti
ma così in tutta bellezza lo posso immaginare
come un bambino alle prime pedalate,
reggilo, eccolo, tienilo così– adesso tiene
uniti la terra e il cielo dell’estate
non sbanda più, vince, è in equilibrio,
vola via.

Ancora una volta non un movimento che guarda soltanto indietro, ma – un moto pendolare.
Non c’è un prima e un dopo, ma uno spostamento di spola.
Volare dove? Dove volare, se Inniò significa in nessun luogo, da nessuna parte.
Più che volare, allora, disporsi al volo: nonostante tutto.

Giovanni Tesio

 

Stato di quiete

Un corpo fermo è di per sé ambiguo. Non si sa mai se stia lì perché tutte le forze si sono esaurite o, viceversa, se sia un nodo di forze così tumultuose e concentriche da condensarsi in immobilità. È questo che mi interessa dello stato di quiete: mi vengono in mente le bottiglie di Morandi, stanno lì, composte, allineate o sparse nella loro rarefazione, ma quanto fermento c’è dentro quell’immobilità?

 

Il dio del mare

 

Un libro di prose, una meditazione, che trova ogni volta la forma essenziale e il tono giusto per farsi racconto e insieme analisi, sguardo sul mondo e interrogazione, confidenza e giudizio.
Il dio del mare afferma la necessità e la bellezza della prosa, di questa forma oggi desueta e persino peregrina, e che invece appartiene al proprio della tradizione novecentesca, e più in generale della nostra storia letteraria.

Per un poeta la prosa è un modo d’essere della poesia.

La misura, la durata, di una prosa appartiene a una necessità non d’ordine narrativo ma soltanto ideale, nel senso, cioè, di un’idea che cerca ogni volta la forma sua più propria e con essa il tempo e il ritmo più propri.
Così ne Il dio del mare le due brevissime prose che aprono e chiudono il libro hanno l’incisività di un incipit e di un explicit, quasi apertura e sigillo di un dire che si svolge in variazioni di diversa durata: da una parte, il pensiero che oppone la moralità del verso, della sua forma essenziale, alla volgarità diffusa nella nostra epoca, dall’altra il pensiero della possibilità – di vita e di forme – che dorme nel silenzio di una libreria.
Due pensieri che aprono e chiudono una meditazione, in cinque movimenti, intorno alla parola, al suo prezioso potere.

Antonio Prete –  La poesia, prima e oltre la parola

 

Ogni goccia balla il tango

Molte parole si assomigliano per come suonano e ogni suono dà una forma alla parola, così parole a forma di stella rimano con parole a forma di stella, parole a forma di buio rimano con parole a forma di buio, parole rare a forma di tigre bianca, l’animale che ti piace di più, rimano con parole a forma di tigre bianca e magari quando scopriamo che è proprio così, nasce come una sorpresa, come una grande meraviglia che ci fa un po’ più contenti e forse per questo ci scappa da ridere, perché siamo contenti di avere scoperto qualcosa.

La forma delle parole, quando stanno insieme, disegna cose che sapevamo già. Però ci appaiono come una scoperta, una porta che si apre, una corsa giù per lo scivolo.

E così ho scritto queste poesie per te, e per tutti i bambini come te.

A me, di tutto questo, resta una piccola certezza, che diventa una grande speranza: anche un bambino capisce che la poesia non è solo un gioco con le parole, e che lì dentro c’è qualcosa di più, che ha a che fare con i suoi sensi, la sua immaginazione e la sua anima.

Certo, pare che le parole, in una poesia, siano manipolate, spinte, fatte saltare per aria come in un gioco, ma non devo dirti io, Chiara, tesoro, che c’è gusto quando si gioca perché ci sono tutte le fantasie, le paure, i rischi della vita. La differenza è che lì, nel gioco, sono molto più intensi, e per fortuna (o sfortuna?) si può tornare indietro. 

Ogni goccia balla il tango, rime per Chiara e altri pulcini

 

Un prato in pendio

Costruire una capanna
di sassi rami foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

 

Scrivere è registrare.
E io lo faccio su piccoli taccuini, scritti a matita.
Adagiato e stanco come sono, un tablet sarebbe pesante, anche se rapido.
E se usassi una biro anziché la matita le parole si arresterebbero dopo poche righe: l’inchiostro non può andare in salita.

Per la lettura vale lo stesso principio di economia.
Preferisco i libri piccoli, le raccolte di versi, perché libri così sono un equipaggiamento senza peso, si adattano bene agli zaini dei guerriglieri, alle marce forzate nella giungla e ai letti dei malati. Quando ne leggi uno ti pare di sfogliare una nuvola tanto è leggero, non intorpidisce gli avambracci e ti lascia in testa una sospensione della conoscenza che è il cuore della conoscenza stessa.

Così, qualche settimana fa, mi sono trovato tra le mani una deliziosa plaquette della Scheiwiller: Attraversamenti di Seamus Heaney.
Dopo averne considerato il frontespizio e sfogliate le pagine senza attenzione, sono rimasto irretito da una poesia in particolare dove è riportata una delle vicende leggendarie di San Kevin di Glendalough, un monaco del VI secolo
celebre in Irlanda.
Ve ne riporto il senso in prosa, qua sotto, sperando di non disturbare troppo i versi del poeta.

San Kevin è il priore dell’abbazia di Glendalough, ma si è riservato una cella così piccola che quando si inginocchia e stende le braccia per pregare, una delle due sporge dalla finestra.
Un giorno sente posarsi un merlo sul palmo rivolto all’insù del braccio sporgente.
Il braccio è rigido come una trave, ci ricorda il poeta. Il merlo dunque si è posato, depone le uova e le cova. Il santo sente la testolina del merlo raccogliersi nel suo palmo, avverte il calore del petto, delle piccole, tonde uova e, soprattutto, riconosce di essere «una maglia dell’eterna vita». Allora pensa di farsi albero lui stesso, il suo braccio ramo, il suo palmo nido, e rimane lì, nella cella, inginocchiato sulla pietra nuda, l’avambraccio sporgente bagnato dalla pioggia e asciugato dal sole, per settimane.
Finché le uova si schiudono e i piccoli volano via.

Heaney ci esorta a immaginare il santo così, le ginocchia spezzate, il braccio prossimo al collasso, la pietra vicina alla vittoria sul cielo. E ci chiede quanto soffra, prigioniero di quel «supplizio costante». La risposta è implicita nella domanda: Kevin non prega, non geme, il suo stesso corpo si è fatto preghiera.

Tralascio la questione metafisica che, comunque, costituisce una splendida metafora su cosa possa essere la poesia e mi fermo su un singolo aspetto.
La pazienza, l’Homo Patiens.

Sopportare significa, letteralmente, portare un peso. Stare sotto un peso. Io, meno santo e più uomo, avrei preferito essere un piccolo merlo che vola via dalla mano piegata a coppa di Kevin per forare il cielo, piuttosto che il santo stesso. E invece la vita mi ha riservato il ruolo di un Homo Patiens.

 Allora mi chiedo se la pazienza sia la capacità di sopportare annullandosi o la capacità di sopportare ma sentire senza annullarsi. E non so darmi una risposta. Se non sostituendo il verbo sopportare con la locuzione «essere capaci di abbandonarsi».