
L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Penso d’aver scritto un ultimo poema d’amore alle città. Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili.
Non credo che sia un libro da leggere tutto d’un fiato e non pensarci più.
Se sono riuscito a fare quel che volevo dovrebbe essere uno di quei libri che si tengono a portata di mano, che si aprono ogni tanto e se ne legge una pagina; un libro che dovrebbe accompagnare il lettore per qualche tempo, e con cui il lettore possa stabilire un dialogo. Insomma vorrei che lo si leggesse un po’ come l’ho scritto: come un diario.
È un libro unitario, con un principio e una fine, con una struttura sfaccettata in cui ogni breve testo sta vicino agli altri in una successione che non implica una consequenzialità o una gerarchia ma una rete entro la quale si possono tracciare molteplici percorsi e ricavare conclusioni plurime e ramificate.
L’unica cosa che vorrei poter insegnare è un modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo. È l’occhio di chi la guarda che dà ad ogni città la sua forma.
Sono tutte città immaginarie, che si chiamano con nomi di donna.
Non corrispondono a nessuna città esistente, eppure ognuna di loro contiene uno spunto di riflessione che vale per ogni città.
È della nostra vita in comune che parlo, di che cosa è stata la città per gli uomini, come luogo della memoria e dei desideri, e di come oggi è sempre più difficile vivere nelle città.

Forse il vero senso del mio libro potrebbe essere questo: dalle città invivibili alle Città invisibili. Perché dietro la città che si vede ce n’è una che non si vede ed è quella che conta. Gran parte delle città del libro sono costruite così.
C’è una serie Le città e gli occhi che riguarda specialmente le proprietà ottiche delle città. Per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti, bisogna per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla, tutte le idee ricevute, le immagini precostituite.
Poi bisogna semplificare, ridurre all’essenziale l’enorme numero di elementi che la città ti mette sotto gli occhi, e ricondurli a un disegno unitario, a una forma, in cui rientrano il passato e il futuro.
Ma di visibilità e invisibilità si parla un po’ in tutto il libro: per esempio nella serie Le città e il nome. Questo è un altro dei centri attorno a cui gira il mio discorso: il nome che resta lo stesso ma indica cose completamente diverse.

Tra le Città invisibili ce n’è una su trampoli, e gli abitanti guardano dall’alto la propria assenza. Forse per capire chi sono devo osservare un punto nel quale potrei essere e non sto. Come un vecchio fotografo che si metta in posa davanti all’obiettivo e corra poi a schiacciare la peretta, fotografando il punto in cui poteva esserci e non c’è. Magari è questo il modo in cui i morti guardano i vivi, mescolando interesse e incomprensione.
Forse non ho la dote di stabilire dei rapporti personali con i luoghi, resto sempre un po’ a mezz’aria, sto nelle città con un piede solo. La mia scrivania è un po’ come un’isola: potrebbe essere qui come in un altro paese. E d’altronde le città si stanno trasformando in un’unica città, in una città ininterrotta in cui si perdono le differenze che un tempo caratterizzavano ognuna.

La città di Tecla nella visione di Pedro Cano e Karina Puente
Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla.
Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero …

Le città invisibili (video racconto – link)

Combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere insieme varie cose che mi stanno a cuore.
Nell’elemento cosmico per me non entra tanto il richiamo dell’attualità spaziale, quanto il tentativo di rimettermi in rapporto con qualcosa di molto più antico.
Nell’uomo primitivo e nei classici il senso cosmico era l’atteggiamento più naturale; noi invece per affrontare le cose troppo grandi ed eccelse abbiamo bisogno d’uno schermo, d’un filtro, e questa è la funzione del comico.
Penso che Le Cosmicomiche e Ti con zero siano fra i miei libri migliori.
Credo che siano il pezzo della mia opera che sarà sempre più apprezzato.
Ma probabilmente il libro più riuscito e perfetto è Le città invisibili.
Italo Calvino, 1985
Ora ho solo Le Cosmicomiche in testa, ripeterà più volte.
Pur dichiarandosi un appassionato e divertito lettore di science fiction, Calvino teneva a precisare quanto fosse lontano, per attitudine mentale e per la sua stessa idea di letteratura, da quel genere di narrazione.
Come sempre, è una questione di rapporti a fare la differenza.
In questo caso è il rapporto tra dati scientifici e invenzione fantastica a segnare in modo netto i confini tra i suoi racconti cosmicomici e quelli fantascientifici.
Il 9 maggio 1962 Italo Calvino scrive a Umberto Eco di voler redigere un manifesto per una letteratura cosmica.
Sarà per lui un punto di svolta, dal quale prende forma un programma d’immaginazione e di scrittura che Calvino catalogherà sotto la voce pensare l’universo, un progetto che lo condurrà in territori inesplorati, verso un nuovo modo di fare letteratura e che nel tempo diverrà preponderante, fino a diventare un filone creativo e di pensiero che Calvino non interromperà mai del tutto, coltivandolo fino alla fine dei suoi giorni.
Massimo Bucciantini

Attraverso l’impiego di numerose lettere e documenti di archivio, Bucciantini traccia le origini di un programma d’immaginazione e di scrittura che Calvino catalogherà sotto la voce «pensare l’universo».
Non solo dovrà imparare a «navigare negli spazi intergalattici» ma, forte dello sguardo acquisito, lo utilizzerà per provare a comprendere come vivere in questo nuovo mondo, ripensando radicalmente il tema della condizione umana.
Una rivoluzione copernicana, condotta nel tentativo di trovare delle vie d’uscita dal mondo di pietra che vede chiudersi sopra di sé.
All’entropia dell’universo egli opporrà l’unico strumento che ha a disposizione: la sua fabbrica di parole, la sua idea di letteratura.

Pedro Cano – Diomira, Laudonia, Zobeide, Sofronia (da sinistra, in senso orario)
Recorrer las ciudades invisibles de Italo Calvino.
Un viaje visual a través de las obras de Pedro Cano y Karina Puente.

Le città invisibili. Racconto per immagini (video – link)

Karina Puente – Adelma, Zemrude, Sofronia (dall’alto in basso)