Elsa Morante

Io con questo libro ho tentato di richiamare me stessa e gli altri a un’apertura della propria coscienza verso una reale (possibile?) trasformazione della Storia umana quale fin qui si è svolta (“uno scandalo che dura da diecimila anni”).
Trovandomi alle soglie della vecchiaia, sentivo di non potermene partire da questa vita senza lasciare agli altri una testimonianza dell’epoca cruciale nella quale il destino mi aveva fatto nascere.
Prima ancora che un’opera di poesia (e questo, per grazia di Dio, lo è) il mio romanzo La Storia vuol essere un atto d’accusa contro tutti i fascismi del mondo.
Io, nata in un punto di orrore definitivo (ossia nel nostro Secolo Ventesimo), ho voluto lasciare una testimonianza documentata della mia esperienza diretta, la Seconda Guerra Mondiale, esponendola come un campione estremo e sanguinoso dell’intero corpo storico millenario. Eccovi dunque la Storia, così come è fatta e come noi stessi abbiamo contribuito a farla

La Storia La fiera letteraria Rinascita

Il libro sfugge di fatto, per la sua stessa complessità, a qualunque circoscritta definizione; e certo oggi possiamo accorgercene meglio di ieri. Purtroppo la “Storia” con la “S” maiuscola è continuata in questi ultimi decenni nei medesimi termini tragici messi in evidenza da Elsa Morante; ed ecco che allora rileggere il romanzo con rinnovata attenzione, riflettendo seriamente sul dibattito critico da esso suscitato, può essere l’occasione non solo per recuperare il senso di una scrittura sconfinata, travolgente e di grandissima originalità, ma anche per una meditazione non addomesticata sulla realtà del Novecento e, più ampiamente, del nostro tempo.

É decisamente inquietante rileggere oggi le recensioni del 1974 su La Storia. Al di là della comprensibile divergenza delle posizioni critiche, ciò che più risalta attualmente è la profonda ingiustizia consumata in quell’occasione da ampi settori del mondo culturale italiano – con giudizi tanto distruttivi quanto superficiali – nei confronti di una scrittrice come Elsa Morante, indifferente da sempre alle sirene del mercato letterario e abituata a lavorare scrupolosamente per molti anni su ognuno dei propri libri, in un’avventura completa e totalizzante che la coinvolgeva anima e corpo, fino a risultati ogni volta assolutamente inediti. Appaiono assurde certe stroncature dettate da una lettura frettolosa dell’opera, un romanzo che traeva la sua forza dirompente proprio dal fatto di essere estraneo – per la sua ricchezza di struttura e di linguaggio, e per una sua interna “provocatorietà” – a qualunque schema, politico o letterario, che pretendesse di rinchiudere la realtà – nella sua multiforme bellezza come nei suoi risvolti più tragici – e la sua rappresentazione poetica, in qualche formula ideologicamente accettabile.

Graziella Bernabò

 

La Storia non è un libro consolatorio, non è un libro disperato: è un libro sull’atroce non presenza di una felicità possibile.
Questa non presenza è, nel libro, una presenza infinitamente costitutiva.
Non è qualcosa che sta dentro il libro: è il libro, la sostanza della sua immaginazione, della sua scrittura; se si vuole della sua “ideologia”. Solo la formicolante attività corporea di questa assenza (la felicità che non c’è, la felicità che dovrebbe esserci, che ci sarà perché naturalmente appartiene agli uomini) spiega l’enorme, silenziosa ilarità che anima tante pagine della Storia, facendo di questo libro “disperato”, di questa cronaca di macelli, una sorta di grandioso inno alla gioia.
E qui, ancora, bisogna capire una cosa: che non si tratta della gioia concessa oltre la vita, e in cambio della vita, alle vittime, ai martiri; ma esattamente dell’opposto, cioè della gioia che è loro negata, sempre, dalla macchina disumana della Storia (della Storia intesa come preistoria, contenitore dell’ingiustizia, burocrazia della sopraffazione) e che proprio a causa di questa negazione, e nel momento in cui questa negazione avviene, esplode nell’unico modo in cui un’assenza può manifestarsi: come tensione espressiva, risonanza “altra” delle parole, musica.

Giovanni Raboni – Quaderni Piacentini, 1974

 

Una Biblioteca un Libro

Una Biblioteca, un Libro – Carlo Cecchi legge Elsa Morante (video – link) 

 

Lungo il percorso

Chi vuol venire? Ho saputo
che parte appena fa notte
il treno delle meraviglie,
il treno espresso che fila
fra i rami degli alberi e corre
veloce più assai del fulmine.

La mia intenzione di fare la scrittrice nacque, si può dire, insieme a me; e fu attraverso i miei primi tentativi letterari che imparai, in casa, l’alfabeto.
Nello scrivere mi rivolgevo, naturalmente, alle persone mie simili: e perciò, fino all’età di quindici anni circa, scrissi esclusivamente favole e poesie per bambini […]

Partire, soprattut­to, “senza salutare nessuno”, in libertà piena, senza rendere conto a chicchessia del proprio andare, in una sorta di kafkiana “passeggiata improvvisa” tanto ap­parentemente immotivata quanto profondamente in­contenibile.
E la storia, che si apre subito con la narratrice che vi entra e ne dichiara, la veridicità, è la storia di Caterina – che ha una bambola di nome Bellissima “fatta di tela di sacco, con la testa un poco storta, e gli occhi, il naso e la bocca di filo rosso” ­e di sua sorella Rosetta.

Una storia d’amore, ma, giusta­mente, una storia d’amore bambino, una storia delica­ta e forte e dolorosa come possono essere gli amori dei bambini – della cui essenza era evidentemente ben consapevole.
Elsa Morante ha scritto una storia d’amore bambino e l’ha scritta senza balbettamenti e bamboleggiamenti […]
Quello di Caterina è un amore infelice, e verrà ribadito come tale nel proseguimento della storia, al compiersi dei ricongiungimenti, delle agnizioni, delle letizie.
A sentire con tanto dolore non sarà, nella storia delle storie di Elsa Morante, soltanto Caterina; saranno, ovviamente con ben diverso spessore e altre im­plicazioni, anche Elisa e Francesco e Anna di Menzogna e sortilegio, Emanuele di Aracoeli, Useppe e Ida de La Storia, Arturo e Nunziata de L’isola di Arturo.

La predilezione di Elsa Morante per le Cenerentole, per gli “idioti”, per i luoghi scarnificati, per ogni entità costituzionalmente aliena dal potere, emerge con chiarezza fin dagli inizi.
Non si tratta di una predilezione ideologica, di falsa coscienza, si tratta invece di una reiterata scoperta: qualsiasi condizione di potere, toglie spazio alla solarità della simpatia e della grazia, a quel che si è davvero nel fondo profondo, alla realtà.

Ma nonostante questo, e altro ancora, in tutto quello che Elsa Morante ha scritto per i bambini il dato principale è che ha scritto con un timbro lontano da qualunque moda o modello; una scrittura che si caratterizza come assolutamente personale e tanto libera, nella sua levità, da suonare anche eversiva rispetto alle ridondanze degli “eroismi”, fanatismi e grettezze del periodo.

Negli ultimi tempi della sua vita Elsa Morante diceva che da giovane le era piaciuto credere che l’infanzia, l’innocenza dell’infanzia non sarebbe cam­biata mai, e che invece tutto era orrendamente cambiato, e non restava più nulla, nemmeno di lei stessa, di quel che era un tempo.
L’infanzia è stata sicuramente per lei un’entità favolosa e mitica, la possibile salvezza del mondo; ma questo sempre con la dolorosa consapevolezza della non estraneità dell’infanzia alle conseguenze della congiura congiunta di biologia e storia.

È molto probabile che per il mondo non ci sia salvezza, e che anche l’allegra impubertà senza sto­ria dei pazzarielli e l’utopia come motore del mon­do debbano essere annoverate tra le leggende o tra le fiabe. Ma queste sono vere e – soprattutto se a rac­contarle è un cantastorie che, cammina cammina, ci accompagna – non si dimenticano.
Certo, e lo vediamo bene,

Tutte le città della terra sono un’unica, maledetta congrega
contro i ragazzetti celesti.
Tu lo sapevi che le fanciullezze sulla terra
sono un passaggio di barbari divini
col marchio carcerario della fine già segnata.

ma queste crudeli verità, se si voglia cercare qual­che senso al nostro essere qui, prima ancora che configurarsi come sentenze, si configurano come aperture su nuove domande.

Giuseppe Pontremoli

 

Menzogna e sortilegio

Solo mio compagno, dentro la stanza, è Alvaro, il quale è una creatura vivente, sì, ma non umana (altro di costui non voglio dirvi, né ora, né che cosa, né chi sia, riserbandovi la spiegazione del mistero, come nei romanzi polizieschi, alla fine del volume).
Ma siccome, per gli uomini, la compagnia d’un Alvaro non conta, io sono, in breve, sola.
[ … ] egli che m’è stato sempre vicino mentr’io scrivevo questa lunga storia, mi guarda coi suoi graziosi occhi fedeli.
E sembra dire a Elisa che, nonostante tutto, l’innocenza e l’amicizia dureranno finché duri il mondo.

Le mie immaginazioni giovanili furono stravolte dalla guerra, sopravvenuta in quel tempo. Il passaggio dalla fantasia alla coscienza significa per tutti un’esperienza tragica e fondamentale. Per me, tale esperienza è stata anticipata e rappresentata dalla guerra: è lì che, precocemente e con violenza rovinosa, io ho incontrato la maturità. Tutto questo, io l’ho detto nel mio romanzo Menzogna e sortilegio anche se della guerra, nel mio romanzo, non si parla affatto.

 

Isola di arturo

E di nuovo io mi sentivo innamorato della mia isola, tutto ciò che sempre m’era piaciuto tornava a piacermi, perché Nunz. non era morta. Come se, fin dal tempo che eravamo piccoli, e io stavo qua a Procida, e lei a Napoli, fosse lei che metteva un pensiero di confidenza, per me, nell’indifferenza delle cose.

La struttura spazio-temporale entro cui si distende la narrazione dell’Isola è uno degli elementi di maggior fascino del romanzo. Grazie al particolare trattamento cui la Morante sottopone le coordinate che circoscrivono l’universo e la stagione procidana di Arturo, il racconto acquista quell’ambiguo tono realistico-favoloso posto in rilievo da tutti i critici. Primo a sottolinearlo fu Giacomo Debenedetti che, dopo aver richiamato la precisione dei dati descrittivi, così puntuale da far invidia alla guida del Touring, si soffermava sulla forza mitica che sempre inerisce all’immagine dell’isola. Ancor più esplicita suona poi la nota editoriale, di penna dell’autrice:

Nelle figurazioni dei miti eroici, l’isola rappresenta una felice reclusione originaria e, insieme, la tentazione delle terre ignote. L’isola, dunque, è il punto di una scelta: e a tale scelta finale, attraverso le varie prove necessarie, si prepara qui nella sua isola l’eroe-ragazzo Arturo.

Cattedrali di carta – Giovanna Rosa

 

Alibi

[ … ] la poesia diviene una sorta di officina nella quale iniziare a lavorare materiali che verranno poi riutilizzati e riorganizzati nella prosa, a partire da suggestioni e temi comuni, ma anche a partire da innesti e particolari composizioni, perché i componimenti di Alibi si ritrovano, non tutti ma in parte, anche nelle prose più note della scrittrice.
É pur vero che, più che di mescolanza, bisognerebbe parlare di una giustapposizione o di un accostamento dei generi, ma d’altra parte non può sfuggire come prosa narrativa e poesia partano da un medesimo fulcro vitale che, per dirla con le parole della stessa Morante, la definiscono poeta.
Scrive infatti nell’introduzione all’edizione americana della Storia:
“Essendo, per mia natura, poeta, io non ho potuto fare altro, anche qui, che un’opera di poesia. E in proposito l’esperienza mi insegna che purtroppo anche la poesia può, a molti, servire da alibi.
Come se la poesia dovesse accontentarsi della propria bellezza, fosse solo un arabesco elegante tracciato su una carta.”

Daniele Comberiati

 

Lo scialle andaluso

L’interezza, poi, dell’immagine rappresentata, distingue il romanzo dal racconto.
Il racconto, difatti, rappresenta un “momento di realtà”, mentre il romanzo rappresenta una realtà (da questo non si desume, tuttavia, una superiorità poetica del romanzo sul racconto! Non si tratta di qualità superiore o inferiore, ma un differente rapporto con l’universo).

Elsa Morante

 

Il mondo salvato dai ragazzini + Oppressi e felici

L’edizione Einaudi del 1968 del Mondo salvato dai ragazzini recava le seguenti indicazioni d’autore sui risvolti di sovraccoperta:

A chi voglia a ogni costo sapere a quale «genere letterario» appartenga il presente libro, non si può rispondere che così:
«È un romanzo d’avventure e d’amore (regolarmente diviso in parti e capitoli dove i personaggi protagonisti riappaiono sotto diversi travestimenti)».
«È un poema epico-eroico-lirico-didascalico in versi sciolti e rimati, regolari e irregolari».
«È un’autobiografia. È un memoriale. È un manifesto. È un balletto. È una tragedia. È una commedia. È un madrigale. È un documentario a colori. È un fumetto. È una chiave magica».
«È un sistema filosofico-sociale (naturalmente coinvolto nelle Attualità contemporanee, dominate dagli idoli atomici e dai conflitti umani fra il primo, il secondo e il terzo mondo; a cui si aggiunge il ricordo dell’altro mondo: un ricordo che dai filosofi viene abitualmente rimosso)».
«Insomma, è un libro: se per libro s’intende un’esperienza comune e unica, attraverso un ciclo totale (dalla nascita alla morte e il contrario). Ma se per libro s’intende un prodotto d’altra specie, allora questo non è un libro».

Si, io lavoro, sebbene non sempre romanzi e quindi la maggior parte delle persone considerano questo mio lavoro un non lavoro.
Pazienza. Io se vivo abbastanza scriverò [finirò di scrivere] forse ancora un altro romanzo e poi basta; ma questo romanzo qui, richiede ancora molte stagioni, non tutte proprio di lavoro, ma di scavo, come dice Saba nella sua poesia.
Intanto scavando scavando e scavando per il romanzo, mi succede anche di trovare qualche altro sassolino, vetro lucente, ecc. ecc. che non appartiene al famoso tesoro (romanzo) ma però pure è in genere roba mia; chissà perché, gli altri, quando timorosamente ne parlo e tento di offrirgli, questi altri piccoli oggetti di scavo, hanno l’aria di considerarli merda.
Cioè: io per loro sono romanziere o novelliere. Il resto non è lavoro [ … ]

Elsa Morante

 

Esso non può non piacere, ma piace, per così dire, inconsapevolmente. Forse il troppo piacere che dà il leggere questo libro, sempre inconsapevolmente, lo fa apparire come una cosa poco seria, una delizia e basta. Invece il libro della Morante è addirittura un manifesto politico [ … ]

Pier Paolo Pasolini

Aracoeli

Chi può dire dove e quando la macchina dei ricordi inizia il proprio lavoro? In genere si suppone che, al momento della nascita, la nostra memoria sia un foglio bianco; però non è escluso che, invece, ogni nuovo nato porti in sé la stampa di chi sa quali soggiorni anteriori, con altre nature e altre luci. Forse queste, agli esordi del suo soggiorno terrestre, interferiscono ancora, simili a una lente aberrante, nelle nuove apparenze quotidiane offerte alla sua rètina. E allora il suo campo s’inonda di forme e colori favolosi, per via via ridursi, impallidendo nel tempo, alla povertà di una sinopia dopo lo strappo dell’affresco. Finché la memoria adulta (comunemente, almeno) provvede a dissipare fino all’ultima ombra di quel primario spettro luminoso. Considerandolo, a distanza, nient’altro che un effetto equivoco, falso e strumentale: il quale forse, con le sue fantasmagorie precarie, voleva consolarci della nascita, così come le visioni leggendarie dell’al di là vorrebbero consolarci della morte.

Elsa Morante

 

Come il primo romanzo, anche Aracoeli delinea, il ritratto di una comunità, colta in una fase di trapasso epocale: il fallimento della vecchia borghesia liberale, d’ispirazione laica, che, consegnato il paese alla brutalità volgare e alla violenza cieca del regime fascista, ne viene irrimediabilmente travolta. La struttura circolare del romanzo avvalora una simile lettura: nel montaggio dei frammenti del presente, è infatti inscritta una latente temporalità periodica che individua nella stagione postbellica il momento cruciale della sfida perduta. Dopo il prologo e il primo stacco tipografico, il racconto si avvia replicando l’incipit di Menzogna e sortilegio:
Sono passati trentasei anni da quando mia madre fu sepolta nel cimitero di Campo Verano, a Roma (mia città natale). Io non sono mai stato là dentro a visitarla. E sono più di trent’anni che non rivedo Roma, dove non penso di tornare mai più. L’ultima volta che ci andai, fu nella prima estate del 1945, alla fine della guerra. (p. 1043)
L’epilogo di Aracoeli rievoca appunto quel viaggio e l’addio definitivo al padre. L’intera parabola creativa della Morante si chiude là dove era iniziata, negli anni dell’immediato dopoguerra in cui aveva preso origine e slancio la sua prima e più bella opera.

Cattedrali di carta – Giovanna Rosa

 

“Senza dubbio, quest’opera è fatta per chi sa che cosa è stata, finché è esistita, la letteratura”.

Franco Fortini

 

Piccolo manifesto

 

Diario 1938

“Non so perché i personaggi e le espressioni del sogno mi si imprimano nella mente con più forza di quelli della realtà. Più che paesaggi e creature, le visioni del sogno sono per me dei sentimenti. E il sentimento di un paese che io sogno, il sentimento di una persona.”

 

Elsa Morante Rai 5

I Grandi della Letteratura Italiana – Elsa Morante (estratto video – link)

 

Angela Borghese

Angela Borghesi – Conferenza (estratto video – link)

 

RaiPlayRadio

RaiPlayRadio Techetè – La Storia (audio – link)

 

La Storia - Iaia Forte

Iaia Forte legge La Storia (video – link)