È un errore dividere le persone in vivi e morti: ci sono persone che sono morte-vive e persone che sono vive-vive.
Anche i morti-vivi scrivono, camminano, parlano, agiscono. Ma non commettono errori; solo le macchine non commettono errori e producono solo cose morte.
I vivi-vivi sono costantemente nell’errore, nella ricerca, nelle domande, nel tormento.
Lo stesso vale per ciò che scriviamo.
Evgenij Zamjatin

Evgenij Zamjatin morì il 10 marzo del 1937, d’infarto: aveva 53 anni, il cielo era, secondo il canone, grigio, simile a un pugno. Aveva scritto in un abbozzo autobiografico, nel 1928: Molto ho visto … si è chiuso un cerchio. Ancora non so, non vedo quali curve si profilino nella mia vita.
La vita l’aveva portato a Parigi, morì povero di tutto.

Fu sepolto nel cimitero di Thiais, fuori Parigi, dove sarebbero stati sepolti anche Joseph Roth e Paul Celan.

Zamjatin era stato tra le barricate bolsceviche nel 1905; credeva che la Rivoluzione fosse, soprattutto, una rivoluzione spirituale, estetica, che i veri rivoluzionari avessero l’onere di criticare la deriva autoritaria del Politburo. Si stava scavando la fossa, appunto.
Nel 1919 Lenin aveva promosso la creazione delle Edizioni di Stato, Gosizdat, che sostituirono le case editrici private, con funzioni per lo più censorie.

Nel 1921 Zamjatin firmò un articolo Ho paura, in cui riassume lo stato dell’arte nell’era dell’arte di Stato:
Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici.
Gli eretici sono l’unico rimedio contro l’entropia del pensiero …

Il dogma, nella scienza, nella religione, nella vita sociale, nell’arte, è l’entropia del pensiero. Il dogma non brucia; è glaciale. Al posto del Discorso della Montagna, infuocato, assistiamo alla preghiera sonnolenta magnificata nelle chiese; invece di Galileo ci sono calcoli in stanze ben attrezzate, epigoni che costruiscono le proprie strutture e le proprie carriere intorno all’intuizione di un genio …
Il dogma accusa la letteratura eretica: afferma che essa è dannosa. Ma la letteratura ‘dannosa’ è più utile di quella utile, utilitaristica, perché sfida la calcificazione, la sclerosi, il muschio, la quiescenza.
Dieci anni dopo scrive a Stalin di poter lasciare l’Unione Sovietica: … qui la mia posizione è disperata, la condanna a morte grava su di me, nella mia patria, in quanto scrittore.

Morì tra la morte di Vladimir Majakovskij, che si spara un giorno di aprile del 1930 e quella di Vladislav Chodasevič, il poeta, passato a Parigi, pure lui, nel 1925, malato, morto di stenti, nel 1939, gran maestro di Nabokov, che nel suo capolavoro tombale, Necropoli, ricorda le misure inibitorie contro la libera creazione artistica subite da Zamjatin.
Davide Brullo

Come Čechov, che – nei suoi migliori racconti – non dava soluzioni, ma si limitava a fotografare il problema, allo stesso modo Zamjatin, che annovera Čechov tra i suoi autori preferiti, espone un problema, ma non fornisce soluzioni.
Noi, al pari dei racconti di Čechov, è un capolavoro della letteratura russa senza tempo.

L’opera di Zamjatin può essere definita un metaromanzo il cui scopo è la rinascita della letteratura e del suo linguaggio, dove lingua e forma diventano elementi distintivi del genio del loro autore.
Più che per il contenuto distopico – certamente dirompente se letto a posteriori – sono lo stile, i procedimenti stilistici, la sapienza dell’intreccio, a lasciare letteralmente senza parole.
Stile, procedimenti, intreccio che si fanno a loro volta contenuto e permettono di decodificare un sottotesto ancor più complesso di quanto si sia portati a credere.
Zamjatin anticipa, ideando un mondo distante, l’era della statistica, l’epoca della sorveglianza di massa, l’uomo ridotto a numero, l’etica dello Stato-Dio, le fisime del totalitarismo, le esecuzioni pubbliche per il bene di tutti, l’impero dei buoni e dei giusti giustizialisti, il sesso meccanico, le sorti degli intellettuali di regime e dei poeti lacchè.

I nostri poeti non aleggiano più tra gli empirei: sono discesi in terra; vanno di pari passo con noi al suono severo e meccanico della marcia della Fabbrica della Musica; la loro lira – è il fruscio al mattino degli spazzolini da denti elettrici, e il minaccioso crepitio di scintille nel Meccanismo del Benefattore, e la eco maestosa dell’Inno alla gloria dello Stato Unico…
I nostri dei – sono qui, sotto, con noi – in Ufficio, in cucina, in laboratorio, al gabinetto; gli dei sono divenuti come noi: ergo – noi siamo divenuti come gli dei
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in Noi si osserva l’annullamento della volontà individuale in un contesto programmatico di organizzazione sociale collettiva – una società massificata in cui l’individuo perde il diritto alla natura, all’istinto, alla fantasia, e persino al libero arbitrio.


Il profeta della sorveglianza di massa – Davide Brullo in dialogo con Alessandro Cifariello 

In Noi le parole non sono mai casuali ma, nella loro armonia fonetica, hanno sempre una ragion d’essere funzionale all’intreccio o ai procedimenti stilistici.
In effetti in Noi Zamjatin non è il vero autore dell’opera, ma il suo semplice editore, che fa la comparsa solamente nella prefazione scritta a posteriori.
La lingua del romanzo è, dunque, quella del suo eroe D-503: è lui a scri­vere e a raccogliere le note quotidiane in un manoscritto da inviare nello spazio cosmico verso altri pianeti.
Un procedimento letterario che ricorda molto quello usato da Puskin nelle Novelle del defunto Ivan Petróvic Bélkin. Ma non si tratta di una raccolta di racconti come in Puskin, bensì d’un diario personale composto da note giornaliere, in russo zàpisi, che rimanda certamente al genere letterario dei zapiski, ossia memorie, ricordi, diario.
Ai zapiski afferiscono classici della letteratura russa dell’ottocento, quali i Brandelli dalle memorie d’un pazzo di Gogol’, Memorie d’un cacciatore di Turgénev, ma soprattutto Memorie dalla Casa dei morti e Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.
Alessandro Cifariello

Zamjatin studia la Macchina, il genio che l’uomo, sconsideratamente, ha lasciato uscire dalla bottiglia e che non riesce più a rimettere dentro.
George Orwell

Durante gli anni del comunismo di guerra tra il 1918 e il 1921 la popolazione di Pietrogrado scese da 1.217.000 a 722.000 abitanti.
Ciò nonostante le arti prosperavano, nutrendosi della materia delle idee.
Tra le voci più forti dell’avanguardia dell’epoca c’erano i futuristi.
Anche il movimento della cultura proletaria, Proletkult, era in pieno svolgimento.
Fondato nel 1917 con l’intento di generare un nuovo universale culturale proletario, nel 1919 contava più di mezzo milione di partecipanti.
Il poeta proletario Alexei Gastev, descritto da Nikolai Aseev come l’Ovidio degli ingegneri, dei minatori e dei metalmeccanici, fu il più attivo sostenitore delle idee di Frederick Winslow Taylor sul rapporto uomo/macchina.
Gastev come capo dell’Istituto Centrale del Lavoro, fondato nel 1920, elaborò un programma di ingegneria sociale per trasformare il lavoratore in una sorta di robot umano (una parola, non a caso, derivata dal sostantivo slavo robota che significa lavoro).
Gastev immaginava un’utopia in cui le persone sarebbero state sostituite da unità proletarie identificate da codici alfanumerici come A, B, C o 325, 075, 0 e così via, macchine incapaci di pensiero individuale.
Un collettivismo meccanizzato avrebbe preso il posto della personalità individuale nella psicologia del proletariato.
Gastev considerava le macchine superiori agli esseri umani e pensava che ciò avrebbe rappresentato un miglioramento dell’umanità.
Ed è a questo programma di ingegneria sociale a cui Zamjatin fa riferimento nel romanzo.
Natasha Randall

In un certo senso la storia della letteratura russa potrebbe essere definita la storia della distruzione degli scrittori russi.
Vladislav Chodasevič

Che cosa significava allora «preservarsi»? Preservarsi fisicamente o spiritualmente? Potevamo forse allora prevedere la fine di Mandel’štam, la morte di Kljuev, il suicidio di Esenin e di Majakovskij, la politica letteraria del partito che si proponeva di sterminare due, se non tre, generazioni? I vent’anni di silenzio della Achmatova? La rovina di Pasternak? La fine di Gor’kij? Naturalmente no.
«Anatolij Vasil’evič non lo permetterà»: questa opinione su Lunačarskij era nell’aria.
E se avveleneranno anche Anatolij Vasil’evič? E se morirà di morte naturale? E se lo dimetteranno? E se deciderà che ne ha abbastanza di essere un esteta comunista e che è ora di diventare il martello che batte l’intelligencija russa sull’incudine della rivoluzione?
No, allora non si affacciavano neppure alla mente queste possibilità, ma nei pensieri di Chodasevič si insinuò per la prima volta in quei mesi il dubbio che non fosse possibile preservarsi.
Che si potesse essere presi, imprigionati e messi al muro sembrava allora impensabile; però già tutti presentivano che presto sarebbero stati oppressi, tormentati, che gli avrebbero tappato la bocca e li avrebbero costretti a morire (come in seguito successe a Sologub e a Geršenzon), oppure ad abbandonare la letteratura (come fecero con Zamjatin, Kuzmin e per venticinque anni con Šklovskij): questi pensieri inizialmente vaghi cominciavano a prendere forme sempre più precise. Solo pochi poterono imitare Brjusov, alcuni poterono aggrapparsi temporaneamente al carro trionfale dei futuristi. Ma gli altri?
Nina Berberova – Il corsivo è mio

lungo il percorso

Isaac Asimov (1920 – 1992)

La prospettiva che tutto ciò che esiste finisca nel nulla è l’angoscia della civiltà occidentale.
Cosa ne sarà della Terra dopo lo spegnimento del Sole, foss’anche fra venti miliardi di anni?
L’energia è destinata a spegnersi.
Ma allora è possibile invertire l’entropia?
Questa è l’ultima domanda, secondo uno dei racconti più celebri di Isaac Asimov.


La verità dietro l’ultima domanda – Pietro Falchini

Fra tutti quelli che ho scritto, questo è di gran lunga il mio racconto preferito.
Dopotutto, ho tentato di riassumere nel breve spazio di un racconto miliardi e miliardi di anni di storia umana, e lascio giudicare a voi il risultato.
Mi ero proposto un altro obiettivo, ma non voglio dire di che si tratta per non rovinarvi il piacere della lettura.
È curioso notare come moltissimi lettori mi abbiano chiesto se fosse proprio un mio racconto.
Non riescono mai a ricordare il titolo e l’autore, anche se hanno la vaga impressione che l’abbia scritto io.
Ma naturalmente non possono dimenticare la storia, e specialmente il finale.
È un’idea che riesce a cancellare tutto il resto – e sono contento che sia così.

In ogni secolo gli esseri umani hanno pensato di aver capito definitivamente l’Universo e, in ogni secolo, si è capito che avevano sbagliato.
Da ciò segue che l’unica cosa che possiamo dire oggi sulle nostre conoscenze è che sono sbagliate.
Isaac Asimov

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