Bernard Malamud 2

Raccontare storie vuol dire dunque usare ciò che si possiede: il talento per la narrativa.
Lo chiamo dono. Mi piace la parola dono, ha un significato preciso rispetto all’esistenza, e quando si usa bene non si usa solo per capire se stessi.

Bernard Malamud

I romanzi di Malamud appartengono a quel genere di libri assai rari che amano partire in sordina per diventare splendidi strada facendo, come se lui non lavorasse con le singole parole o le singole frasi, ma semmai con le pagine, con il loro implacabile ammonticchiarsi l’una sull’altra.
Malamud elude qualsiasi piacioneria, non concede  niente allo spettatore.

E questo è un rischio immenso per uno scrittore.
Devi avere fegato, carattere e una straordinaria fiducia nella storia che ti accingi a raccontare per non blandire il lettore sin dalla prima riga.

La biografia di Yakov diventa una specie di biografia morale. La sua povera prosaica esistenza si popola di ricordi, di fantasmi, di teoremi filosofici.
Tutto questo, ben lungi dall’allontanarci dal cuore del dramma, ci rende partecipi, ci commuove. Più Malamud toglie più noi acquistiamo. Questo significa scrivere.

Alessandro Piperno
L'uomo di Kiev - poster movie

Dopo il mio ultimo romanzo stavo fiutando l’aria per un’idea che avesse a che fare con l’ingiustizia nello scenario statunitense [ … ] Speravo di raccontare un’esperienza americana, forse con un protagonista nero, ma non andava bene per scriverci un romanzo [ … ]
A quel punto un’idea, forse un residuo di qualcosa che avevo letto, prese forma intorno alla figura di un uomo (non necessariamente un uomo virtuoso) arrestato per un crimine che non ha commesso e che passa alcuni anni in prigione [ … ]
Partendo da questi elementi stavo cercando una storia del passato che magari sarebbe potuta accadere di nuovo. Volevo un legame storico, così da poterla trasformare in mito. In altre parole, quasi senza pensarci, volevo mostrare quanto siano ricorrenti alcune nostre esperienze storiche negative [ … ]
Poi mi ricordai – non lo avevo mai davvero dimenticato – il nome di Mendel Beilis, di cui mi aveva raccontato mio padre quando ero un ragazzo, una storia che mi aveva commosso e spaventato. Beilis, capufficio in una fattoria di mattoni di Kiev ai tempi dello zar, era un ebreo accusato di aver commesso un omicidio rituale: aver ucciso un bambino cristiano e averne preso il sangue per farne dei matzah per la Pasqua ebraica.
Questa superstizione, che nei tempi antichi era usata contro i primi cristiani, fu utilizzata per accusare e imprigionare gli ebrei e continuò a persistere in Europa durante il Medioevo, diffondendosi in seguito tra le masse della Russia prerivoluzionaria, tanto che anche al giorno d’oggi, ogni tanto, in Unione Sovietica vengono tirate fuori accuse di questo tipo.

Beilis aveva trentanove anni quando venne arrestato con l’accusa di aver ucciso il bambino e averne nascosto il cadavere in una grotta.
Per quasi due anni e mezzo fu tenuto in prigione senza un’accusa formale.
Soffrì immensamente, finché fu condotto davanti a un tribunale e assolto.

Nell’Uomo di Kiev mi sono riferito a quell’esperienza, ma senza rifarmi direttamente allo stesso Beilis, in parte perché nella realtà non ottenne molto rispetto dopo aver sofferto, e in parte perché avevo bisogno di spazio per inventare. Aggiunsi ai suoi processi in tribunale elementi dei casi di Dreyfus e di Vanzetti, dando una forma che potesse suggerire il nocciolo della sofferenza degli ebrei sotto Hitler.

Ho gettato tutte queste sofferenze addosso al povero Yakov Bok, trentenne, il tuttofare e risolutore [il titolo originale dell’Uomo di Kiev è The Fixer, letteralmente: il risolutore, l’aggiustatore – n.d.t.] del romanzo, un pover’uomo alla ricerca di un futuro migliore che per una volta cade in trappola.
Arriva a Kiev sul cavallo del suocero, salva un antisemita che sta per soffocare nella neve, accetta come ricompensa di questo gesto un lavoro nella fabbrica di mattoni, e lì lo arrestano per l’omicidio di un dodicenne che lui un giorno aveva semplicemente cacciato dalla fornace. Yakov ha molto da imparare, e forse qualcosa apprende. Le sue esperienze in prigione lo portano a cambiare: è il lato tragico del libro.

Come nascono le storie – Bernard Malamud

 

The fixer

Qual è la differenza tra un buon libro e un ottimo libro? I buoni libri possono essere nuovi, avvincenti e rivelatori. I buoni libri ricevono spesso gli apprezzamenti della critica e alcuni arrivano anche a superare la prova del tempo. I buoni libri sono, a volte, (per leggibilità e mestiere, nel più comune senso di questi termini) migliori dei grandi libri. (Chiedilo a chiunque ammiri un grande libro senza averlo mai finito).
I grandi libri sono ciò di cui il nostro mondo ha bisogno, ma i buoni libri sono ciò che la nostra cultura desidera, quindi i buoni libri sono ciò che la maggior parte degli autori, il più delle volte, aspira a scrivere.

Il quarto romanzo di Bernard Malamud, “The Fixer” (L’uomo di Kiev), ha tutte le caratteristiche di un buon libro. Tuttavia ciò che lo rende un grande libro, al di là della sua splendente bontà, ha a che fare con qualcos’altro: la sua necessità [ … ] .
Il mondo è la cosa rotta [ … ] .
I buoni libri spesso ci ricordano il nostro mondo travagliato.
I grandi libri fanno un passo avanti: ci ricordano la nostra umanità.
Ed è solo la nostra umanità che può aggiustare il mondo.
Yakov soffre, ma soffre e pensa, soffre e lotta, soffre e sfida la sua sofferenza [ … ] .

Sebbene “The Fixer” (L’uomo di Kiev) non sia un libro sulla moralità, è un libro morale.
Cioè, piuttosto che offrire una direzione fragile, presenta al lettore una domanda forte: perché non stai facendo nulla? [ … ]
Il vero “aggiustatore” non è Yakov Bok (è un personaggio in quel mondo).
E non è Bernard Malamud (è il ponte tra quel mondo e questo).
Il vero aggiustatore è ognuno di noi [ … ] .

Jonathan Safran Foer

 

 

Lungo il percorso

 

Per me non esiste altro

Non c’è stata alcuna ortodossia religiosa nella mia vita e sono poche le mie esperienze legate all’ebraismo. Mio padre non era un uomo religioso. Le nostre vite erano quelle di una famiglia di immigrati [ … ]
È stata la letteratura a guidarmi, ciò che c’è dell’esperienza ebraica nella mia letteratura per me è importante, ma al di là di questa ho creato molti libri, che non sono il risultato di esperienze dirette ma il frutto della riflessione su ciò che ho visto nella vita dei miei genitori e in quella dei loro amici [ … ]
In altre parole, ho dovuto affrontare la domanda: «Sei un ebreo?», e in quel preciso periodo aveva molta importanza per me essere in grado di dire: lo sono. È questo il motivo per cui, di tanto in tanto, torno a parlare di esperienze legate agli ebrei e alle tradizioni ebraiche.
Leggendo i miei racconti e i miei romanzi vedrete che non mi ci sono dedicato troppo. Mi definisco, e così spero mi definiate voi, uno scrittore americano, che a volte scrive storie con temi legati all’ebraismo.

Non siate mai soddisfatti di un personaggio bidimensionale. Provate a dare spessore a ogni essere umano. Dotate il vostro personaggio di un inconscio, e se ci riuscite mettetelo in conflitto con se stesso.

Uno scrittore americano – Bernard Malamud
 

Il commesso

Appena Bernard Malamud seppe di aver vinto il National Book Award si mise in strada e passeggiò a lungo. Non rifletté sulle conseguenze del premio letterario più importante d’America, gli venne in mente la madre. Era morta giovane lasciandolo solo con il padre, un droghiere gentile di Brooklyn senza lamenti e con la devozione per la famiglia. La madre e il padre, festeggiò così lo scrittore ebreo più importante e discreto degli Stati Uniti. Era il 1959 e lui aveva quarantacinque anni, un’esistenza alle spalle di mezza orfananza che gli aveva portato dozzine di mestieri, dalla fabbrica ai negozi alimentari, fino al concepimento di un romanzo capolavoro: Il commesso.

[ … ] Il tocco amaro dei suoi libri e la gentilezza della sua prosa veniva proprio da Charlot. Anche il modo di pensare per immagini era in debito con quell’alfabeto. È lo stesso pudore narrativo che Malamud insegnò nei corsi di scrittura per quarant’anni.
«Si impara da ciò che si insegna, e si impara da quelli a cui si è insegnato».

Malamud perlustrò in lungo e in largo il continente americano e l’Europa, amava moltissimo l’Italia. Per un po’ visse a Roma e non è un caso che Frank Alpine sia di origine italiana. Ogni suo personaggio in un modo o in un altro rimane esule, è l’omaggio ai genitori immigrati dalla Russia.
Malamud combatté per tutta la vita con l’incertezza di saper scrivere un libro. Più diventava celebre, maggiore era la sua ansia di non riuscire più a creare una storia. Lo diceva anche ai suoi studenti: «Convivete con l’insicurezza e osate».
Forse fu proprio quella, la paura, a condurlo in strada quel pomeriggio di vittoria del National Book Award. A fargli scansare un pensiero di gloria, a favore della madre e del padre. E a riportarlo a scrivere, per altri venticinque anni, narrazioni formidabili.

«Storie, storie, storie: per me non esiste altro.
Le storie ci accompagneranno finché esisterà l’uomo. Lo si capisce, in parte, dall’effetto che hanno sui bambini. Grazie alle storie i bambini capiscono che il mistero non li ucciderà. Grazie alle storie scoprono di avere un futuro».

Marco Missiroli

Ad alta voce - Il commesso

 
«Il lutto è un brutto affare», sentenziò Cesare.
«Se la gente lo sapesse, si morirebbe meno».
( Meglio vivi che morti – Malamud )
 

Nei primi anni Cinquanta leggevo i racconti di Malamud, in seguito raccolti nel Barile magico, man mano che uscivano – il giorno stesso in cui uscivano. Mi sembrava che con i suoi ebrei solitari e le sue parabole fallimentari tipicamente da ebrei e tipicamente da immigrati – Malamud fosse all’altezza delle opere piú lunghe di Samuel Beckett.
Al pari di Beckett, Malamud descriveva uno scarno mondo di sofferenza in un linguaggio tutto suo, un inglese che sembrava, anche al di là del suo peculiare tipo di dialogo, estratto da quello che parrebbe il meno magico dei barili: le locuzioni, le inversioni e la dizione della parlata ebraica, un cumulo di verbali ossa rotte che, fino al momento in cui lui le faceva danzare sulle sue tristi note, parevano inutilizzabili da chiunque […]

Questa era l’altra cosa sorprendente di Malamud.
Nessun segno in lui della sinistra buffoneria che caratterizza Il fuoriclasse. C’erano racconti di Malamud come L’angelo Levine – e in seguito L’uccello-ebreo e Cavallo parlante – in cui solo un soffio separava la barzelletta dall’arte, in cui il fascino dell’arte stava proprio nel modo in cui aleggiava ai margini della barzelletta, eppure, che io ricordi, in oltre venticinque anni Malamud mi ha raccontato due uniche barzellette. Barzellette in dialetto ebraico, raccontate con perizia, ma solo due. Per lui due barzellette in venticinque anni erano abbastanza.

Bern non sentiva la necessità di strafare in alcun altro campo che non fosse quello della responsabilità verso la propria arte. Non si metteva in mostra e non considerava necessario esibire i propri temi […]
Non sarebbe riuscito a mettersi in mostra neanche se fosse stato così sciocco da provarci, e non essere mai sciocco era una piccola parte del suo pesante fardello […]

Ritratti di Malamud – Philip Roth

 

Sarzana
G. Fontana, M. Missiroli – La nostra carriera di lettori: Bernard Malamud (video)

 

Leggendo Bernard Malamud
Fahrenheit (audio)

 

Malamud - tutti i racconti

E ogni storia, antica o moderna, possiede lo straordinario privilegio morale di rivelarci per quello che siamo. Tutto ciò che forma l’ossatura di un racconto: le peripezie, gli accidenti, i desideri, rivelano l’impronta della fatalità e della necessità là dove, senza il racconto, noi vedremmo solo l’opera del caso.
Malamud è magistrale nel tema, variato innumerevoli volte, della preoccupazione inutile, del rovello ozioso, del pensiero che gira a vuoto tornando dolorosamente su sé stesso.
È con questa materia fragile e intrinsecamente caotica che Malamud costruisce la sua commedia umana, frase dopo frase – ogni frase come la pietra perfettamente levigata di un edificio perfetto.
Nei racconti, questa suprema facoltà di comprensione e rappresentazione trova la sua misura ideale.
A volte, intravisto il finale, può sembrare che Malamud lo raggiunga troppo rapidamente. Ma la misura breve esalta tutte le sue qualità di esploratore della fragilità umana, tutte le risorse più efficaci del suo senso del comico che utilizza come nessuno aveva mai saputo fare la lezione dei film di Chaplin, di Stanlio e Ollio, di Buster Keaton adorati quando era un ragazzino.

Certi incipit sono straordinari.
Malamud non anticipa nulla, ma rende visibili i suoi eroi, li investe del peso della storia che sta per iniziare […]
Eppure eccola lì, l’umanità di Malamud: una delle più grandi creazioni della letteratura del suo secolo, degna di stare accanto a Kafka e Beckett per l’oltranza visionaria, la radicalità del pessimismo, l’inclinazione fondamentalmente tragicomica.

Emanuele Trevi

 

[ … ] la forza speciale dello scrittore fa sí che noi possiamo apprezzare, in mezzo agli scorpioni impegnati a guerreggiare, tesori inestimabili di tenerezza, commozione e speranza.
Non è cosí facile attingere alle ricchezze interiori che lui lascia intravedere, magari soltanto in un passaggio velocissimo: bisogna farsi pungere.
Malamud ci lascia sempre cosí: da una parte la medaglia sembra preziosa, dall’altra contraffatta.
Stai ancora finendo di leggere che senti esplodere il suo magnifico ghigno: non sai se ridere o piangere.

Eraldo Affinati