Sulle tracce di mia madre e di mio padre, per mia sorella Élisabeth Gille, per i miei figli e i miei nipoti, questa Memoria da trasmettere, e per tutti quelli che hanno conosciuto e ancora oggi conoscono il dramma dell’intolleranza

Denise Epstein

Quasi senza saperlo, per una specie di grazia infusa, Irène Némirovsky possedeva i doni del grande romanziere, come se Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Flaubert, Turgenev le fossero accanto e le guidassero la mano mentre lei scriveva sui suoi quaderni … Quando abbiamo finito di leggere le due prime parti di Suite francese, resta in noi una strana sensazione di letizia. Non sappiamo se essa dipenda dalla gioia nascosta sotto le tragedie della vita; o dalla felicità fisica di raccontare senza fine. Il tono volentieri lirico; l’eco melodiosa della frase; la ricchezza delle sensazioni; la bellezza della natura; gli animali quasi umanizzati; la luce del sole al mezzogiorno o al tramonto; il chiarore onnipresente della luna si sciolgono e si perdono nella fluidità della vita.

Pietro Citati

Suite francese – Irène Némirovsky

Nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione ad Auschwitz, Irène Némirovsky compose febbrilmente  le prime due parti di una grande «sinfonia in cinque movimenti» che doveva narrare, quasi in presa diretta, il destino di una nazione, la Francia, sotto l’occupazione nazista: Tempesta in giugno (che racconta la fuga in massa dei parigini alla vigilia dell’arrivo dei tedeschi) e Dolce (la vita nella Francia rurale e contadina durante l’occupazione).

La pubblicazione, a sessant’anni di distanza, di Suite francese, il volume che li riunisce, è stata in Francia un vero evento letterario. Con Suite francese ci troviamo di fronte al grande «romanzo popolare» nella sua accezione più nobile: un possente affresco, folto di personaggi memorabili, dotato di un ritmo impeccabile, nel quale vediamo intrecciarsi i destini di una moltitudine di individui travolti dalla Storia. Irène Némirovsky posa uno sguardo che è insieme lucidissimo e visionario, mostrandoci uno spettro variegato di possibilità dell’uomo: il cinismo, la meschinità, la vigliaccheria, l’arroganza e la vanità, ma anche l’eroismo, l’amore e la pietà. «La cosa più importante, qui, e la più interessante» scriveva Irene Némirovsky due giorni prima di essere arrestata «è che gli eventi storici, rivoluzionari sono appena sfiorati, mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che questa mette in scena».

Rai Radio 3 Wikiradio

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Rai Radio 3 – Gettoni di Letteratura

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Il Teatro di Rai Radio 3 – Giuliana Lojodice

“Jezabel” di Irène Némirovsky
con la partecipazione di Vincenzo Bocciarelli e Annalisa Picconi
adattamento di Roberto Agostini

RaiRadio Jezabel

David Golder

David Golder 2
Prima edizione “David Golder” – Grasset, 1928

David Golder è un libro che gronda odio, so­prattutto verso il denaro e tutto ciò che può essere trasformato in denaro, oggetti e sentimenti, e verso le forme infinite che il denaro può assu­mere [ … ] David Golder è un libro durissi­mo e secchissimo, che incide di continuo terri­bili ritratti, che in parte ricordano la memoriali­stica e la tradizione aforistica francese.

Pietro Citati

Lungo il percorso

  • Le mirador. Mémoires rêvés – Elisabeth Gille
    1992 Presses de la Renaissance  –  Mirador. Irène Némirovsky, mia madre – Fazi Editore, 2011
  • Suite française – Irène Nemirovsky
    2004 Éditions Denoël  –  Suite francese – Adelphi, 2005  
  • La vie d’Irène Nemirovsky – Patrick Lienhardt et Olivier Philipponnat
    2007 Édition Grasset & Fasquelle  –  La vita di Irène Némirovsky – Adelphi, 2009
  • Survivre et vivre – Denise Epsteins
    2008 Éditions Denoël  –  Sopravvivere e vivere  – Adelphi, 2010

◊  Mirador. Irène Némirovsky, mia madre

Élisabeth Gille (Élisabeth Epstein, 1937-1996) traduttrice e scrittrice.

Per Élisabeth scrivere la biografia della madre rappresentò la possibilità di un percorso di recupero di una memoria intima e filiale che non aveva potuto costruirsi nella vita reale.

Mirador, Irène Némirovsky, mia madre

Chi piange là, se non il vento semplice, a quest’ora 
Sola con diamanti estremi?… Ma chi piange,
Così vicino a me nel momento di piangere?».

PAUL VALÉRY, La giovane parca

Marzo 1937

La bambina è appena nata in un bell’appartamento parigino. Si può immaginare la sua culla circondata da fate ridenti – la madre, celebre scrittrice, la sorella, ritratto perfetto di una bimba felice, vestitino finemente ricamato e riccioli biondi, di cui lei stessa sarebbe l’abbozzo – e poi le domestiche, la nutrice, la governante, la cameriera, la cuoca… senza contare un principe azzurro: il padre, in abito chiaro, con lo sguardo tenero, il calice di champagne in mano. Indovinello: dove, sotto quali lineamenti si nasconde la strega? Molti anni dopo, la bambina leggerà queste righe di Georges Perec: «Anche se, per puntellare i miei ricordi improbabili, ho soltanto l’ausilio di foto ingiallite, di testimonianze rare e di documenti irrisori, non ho altra scelta se non richiamare alla memoria quello che troppo a lungo ho definito l’irrevocabile: ciò che fu, ciò che s’interruppe, ciò che si chiuse: ciò che forse fu per non essere più oggi, ma anche ciò che fu affinché io sia ancora». E più avanti: «Il loro ricordo è morto nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita».

Gennaio 1945

Esumate dalla tana dove, sorde e mute, si sono trincerate per settimane nell’oscurità, accecate dai fuochi d’artificio di Bordeaux liberata, tra i petardi schivati con balzi e calci impauriti come conigli che tentano di sfuggire ai pallini del cacciatore, gettate nella gabbia di un vagone stracolmo, approdano, con le gambe ancora tremanti, sul pianerottolo di un edificio elegante, al numero 24 di quai de Passy. Julie suona il campanello e l’uscio si socchiude. «Signora Némirovsky», dice, «ecco le sue nipoti sopravvissute alla guerra e che le ho riportato». «Io non ho nipoti», borbotta una voce di lupo con un forte accento straniero. «La più grande ha la pleurite», insiste Julie. «Ci sono sanatori per i bambini poveri», risponde il lupo.

Ottobre 1991

La bambina non lo è più da molto tempo. Alla sua età potrebbe quasi essere la madre della propria madre, che ha trentanove anni per l’eternità. Ha compiuto il lungo viaggio e rievocato l’irrevocabile. Ora dice a se stessa: «A partire da questo limite, nessuno, nemmeno le sue figlie, può seguirla». E lascia parlare la Storia.
Arrestata il 13 luglio 1942, Irène Némirovsky è stata deportata a Pithiviers, dove è giunta il 16. Come data di nascita, ha dichiarato non il 24 ma l’11 febbraio 1903.
Era nel convoglio numero 6, che è partito per Auschwitz il 17 luglio, con un contingente di ottocentonove uomini e centodiciannove donne. Serge Klarsfeld ci dice che, di questo convoglio, ci sarebbero stati diciotto sopravvissuti nel 1945. Lei non era tra loro. Stando a un’enciclopedia tedesca, sarebbe morta un mese dopo il suo arrivo. Di tifo, secondo alcune testimonianze. Il marito, Michel, arrestato a sua volta tre mesi dopo, è stato internato a Drancy, poi deportato il 6 novembre con il convoglio numero 42, che contava quattrocentosettantotto uomini, cinquecentoquattro donne e sedici «indeterminati». Tra loro c’erano duecentoventuno ragazzi minori di diciotto anni, di cui centotredici minori di dodici anni. Nel 1945 i sopravvissuti erano solo quattro. I cognati, Samuel e Paul, le cognate, Alexandra e Mavlik, arrestati a Parigi a luglio, sono morti durante la deportazione. La nipote Natasa è riuscita a raggiungere in tempo l’Africa settentrionale.
Le figlie, Denise ed Élisabeth, arrestate insieme al padre, sono state salvate.

“Mirador, Irène Némirovsky, mia madre” Elisabeth Gille – Fazi Editore
 

◊  La vita di Irène Némirovsky

di Patrick Lienhardt e Olivier Philipponnat

11 luglio 1942, Bosco della Maie

I pini intorno a me. Sono seduta sul mio maglione blu come su una zattera in mezzo a un oceano di foglie putride inzuppate dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate sotto di me! Ho messo nella borsa il secondo volume di Anna Karenina, Il Diario di Katherine Mansfield e un’arancia. I miei amici calabroni, insetti deliziosi, sembrano contenti di sé e il loro ronzio ha note gravi e profonde. Mi piacciono i toni bassi e gravi nelle voci e nella natura. Lo stridulo “cip cip” degli uccellini sui rami mi irrita … Tra poco cercherò di ritrovare quello stagno isolato.

“Ho scritto molto “ dichiara quello stesso giorno a Sabatier. “Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo” sono le sue ultime parole di scrittrice.

13 luglio 1942

Tempo magnifico. Verso le 10 del mattino, il rumore di un’auto che si ferma in place du Monument aux morts. Dei passi, dei colpi alla porta. Due gendarmi francesi sulla soglia, muniti di un mandato d’arresto. “Non capivo niente, sentivo un calpestio di stivali, e i miei genitori che tornavano nella loro stanza, il tutto in un silenzio pesante” ricorda Denise, alla quale pochi minuti dopo viene permesso di abbracciare la madre. Perché proprio lei sono venuti a prendere. Le hanno lasciato appena il tempo di gettare un pò di roba in una valigia. Con un filo di voce, Irène dice alle figlie che parte per un viaggio di qualche giorno, forse di più. Poi raccomanda loro di essere buone. Michel è distrutto. “Abbiamo rispettato una vecchia abitudine russa, cioè stare in silenzio quando un membro della famiglia parte da solo. Ci siamo dati un bacio leggero leggero”. Niente lacrime. Lo sportello dell’auto che sbatte, poi il silenzio. Tutto è successo così in fretta che lei non ha avuto la presenza di spirito di portare con sé la stilografica, gli occhiali da lettura, un libro. Per esempio quel Diario di Katherine Mansfield in cui si era di nuovo immersa.

Vivere – vivere – ecco tutto. Poi lasciare questa terra, come l’hanno lasciata Cechov e Tolstoi.

Katherine Mansfield

◊  Sopravvivere e vivere

Denise Epstein (1923-2013)

Cosa dire ancora dell’ultimo capitolo, Suite francese, che già non sia stato detto? Per me si tratta, semplicemente, delle ultime parole di mia madre. Ho attraversato questa bufera con lo sguardo a volte smarrito, a volte lucido, spesso con una stretta al cuore, sentendomi ferita ma certamente orgogliosa, e anche, via via che i giorni passavano, con la percezione nettissima di essere stata espropriata. Che cosa mi restava di esclusivamente mio? Le ultime parole? I soprannomi affettuosi con cui ci chiamavano i nostri genitori? Se ho resistito a tutti questi assalti del passato è perché li ho vissuti in compagnia di Oliver Rubinstein e di tutto il suo gruppo. Io non sono “un’autrice” ma solo una cinghia di trasmissione […]

Ho fatto molta fatica a capire che Suite francese era un grande libro, perché quel manoscritto significava per me innanzitutto dolore, e poi lavoro, scrupoli; solo quando ne ho rivisto le bozze l’ho letto veramente. Per molto tempo l’unica cosa che mi interessava erano i personaggi che riconoscevo facilmente, così come ricordavo i luoghi, e le immagini di mia madre seduta sull’erba per lasciarci la sua testimonianza.

Ci sono stati momenti emotivamente molto intensi; mi sono rimasti impressi nella mente e nel cuore […] e se alcuni viaggi, come quello in Israele e in Russia, mi hanno segnata più di altri è stato perché cercavo le mie radici, tentavo di capire chi io fossi veramente, a chi dovessi assegnare la precedenza … Ero un’ebrea francese? Francese ed ebrea? Naturalizzata francese ma ebrea per scelta del destino? Ebrea, francese per ius soli e russa per ius sanguinis?

Questa bella avventura, che ormai volge al termine, ha permesso a mia madre di riprendere il posto che le spettava nella letteratura, a mio padre di non essere dimenticato, ai miei figli di capire forse meglio la loro madre e di tenere sempre a mente che in questi tempi difficili la memoria è fondamentale ed è universale.

A voi, “enfants cachés” degli anni bui, bambini feriti di ogni paese, vorrei dire che i nostri genitori scomparsi avrebbero certamente voluto che noi restassimo in piedi. Se talvolta sopravvivere è difficile, basta guardarci attorno per vedere che cosa abbiamo cercato di ricostruire […]