quel che resta del giorno

Una nazione ricorda e dimentica nello stesso modo di un individuo?
O ci sono differenze importanti?
Cosa sono esattamente i ricordi di una nazione?
Dove sono custoditi?
Come vengono plasmati e controllati?
Ci sono momenti in cui dimenticare è l’unico modo per interrompere i cicli di violenza, o per impedire che una società si disintegri nel caos o nella guerra?
D’altra parte, è possibile costruire nazioni stabili e libere su fondamenta di amnesia volontaria e giustizia frustrata?
Kazuo Ishiguro, in occasione del conferimento del premio Nobel per la Letteratura

 

La sua scrittura è una miscela tra Jane Austin e Franz Kafka, a cui va aggiunto qualcosa di Marcel Proust, infine il tutto va agitato senza esagerare.
È uno scrittore di grande integrità morale. Non si è mai guardato attorno nel comporre le sue opere sviluppando invece un universo estetico tutto suo.
È uno scrittore interessato a comprendere il passato, ma non come farebbe uno scrittore proustiano.
Non vuole salvare il passato bensì esplorare cosa dentro di esso si deve dimenticare per sopravvivere in primo luogo come individuo, poi a livello sociale.
Sara Danius

 

Nel 2017 è stato assegnato a Kazuo Ishiguro il Premio Nobel per la Letteratura con questa motivazione: in romanzi di grande forza emotiva, ha scoperchiato l’abisso sotto al nostro illusorio senso di connessione con il mondo.

Ha scelto un certo percorso, nella sua vita, che si è rivelato un percorso sbagliato; ma era quello che aveva scelto, così almeno può dire. Perché io, invece, non posso nemmeno asserire questo. Vedete, io mi sono fidato…
Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero – uno deve chiedersi – quale dignità vi è mai in questo?
Quel che resta del giorno

Marzo 1988. Avevo 33 anni … E avevo appena finito il mio terzo romanzo.
Era il primo a non essere ambientato in Giappone.

In effetti, il mio nuovo libro, che si sarebbe intitolato Quel che resta del giorno, sembrava estremamente inglese – anche se, speravo, non nello stile di molti autori britannici della vecchia generazione. Mi ero guardato bene dal dare per scontato, come mi sembrava facessero molti di loro, che i miei lettori fossero tutti inglesi.

A quel tempo, scrittori come Salman Rushdie e V.S. Naipaul avevano aperto la strada a una letteratura britannica più internazionale e aperta al mondo, che non rivendicava alcuna centralità o importanza automatica per la Gran Bretagna.
La loro scrittura era postcoloniale nel senso più ampio del termine.
Volevo, come loro, scrivere narrativa
internazionale che potesse facilmente superare i confini culturali e linguistici, pur ambientando la storia in quello che mi sembrava un mondo tipicamente inglese.

La mia versione dell’Inghilterra sarebbe stata una sorta di versione mitica, i cui contorni, credevo, erano già presenti nell’immaginario di molte persone in tutto il mondo, comprese quelle che non avevano mai visitato il paese.
Avevo riletto il mio manoscritto diverse volte  e persisteva in me la sensazione che mancasse qualcosa.


Ruby’s Arms – Tom Waits

Poi, una sera ero a casa sul divano, ad ascoltare Tom Waits.
E Tom Waits ha iniziato a cantare una canzone intitolata
Ruby’s Arms.
È una ballata che parla di un uomo, forse un soldato.
Ascoltando Tom Waits, mi sono reso conto di cosa mi restasse ancora da fare.

Avevo deciso, senza pensarci, che il mio maggiordomo inglese avrebbe mantenuto le sue difese emotive, che sarebbe riuscito a nascondersi dietro di esse, da sé stesso e dal lettore, fino alla fine.
Ora capivo che dovevo ribaltare quella decisione.
Solo per un istante, verso la fine della mia storia, un istante che avrei dovuto scegliere con cura, dovevo far incrinare la sua armatura.

Dovevo permettere che un desiderio immenso e tragico si intravedesse al di sotto.

Non lasciarmi si può leggere come un romanzo della distopia, io però, come ho detto, volevo trovare una metafora per l’eterna e universale condizione umana.
Volevo riproporre in un nuovo modo le vecchie domande che sono passate di moda: che cosa significa essere un essere umano? Che cosa è l’anima? Dobbiamo comportarci secondo i dettati del creatore?
Sono domande insite nella natura umana e che sono diventate difficili da trattare per gli scrittori di un mondo post-religioso.
Tolstoj e Dostoevskij hanno scritto pagine e pagine su questi argomenti, io volevo parlarne.
Volevo cercare un nuovo modo di guardare al passaggio dall’infanzia all’età adulta e alla morte.
I ragazzi affrontano quello che tutti dobbiamo affrontare, solo che loro devono farsi le domande tutte insieme in breve tempo.
Volevo soprattutto che la morte fosse visibile perché nel nostro mondo la morte è ormai diventata invisibile.

 

Quando ho iniziato a scrivere, era importante per me creare la mia visione del Giappone, ecco perché i miei primi due romanzi sono ambientati là.
A quell’epoca avevo bisogno di sistemare i miei ricordi del Giappone, perché pensavo di ritornarvi.
Poi, all’età di 21 o 22 anni, mi sono reso conto che il Giappone che avevo in testa non esisteva e ogni anno che passava la mia immagine del Giappone scoloriva sempre di più.
E tuttavia restava un luogo molto importante per me: volevo ricreare la mia versione del Giappone, come se il conservare il mio Giappone potesse metterlo al sicuro.

 

Gli artisti hanno delle posizioni diverse nelle società e la prima domanda da farsi è che tipo di libertà abbiano.
Certamente gli artisti e gli scrittori hanno un ruolo importante anche se non così diretto come gli uomini politici.
Tutti noi contribuiamo all’atmosfera generale e, al meglio, contribuiamo a far ricordare che siamo degli esseri umani.
Anche se poi le decisioni vengono prese dai politici e gli artisti non possono fare molto.
D’altra parte la storia del XX secolo rende scettici sull’idea che gli artisti abbiano un’influenza civilizzatrice.
L’Europa era il luogo di una civiltà molto avanzata, la Germania era un paese di grande cultura, eppure questo non è servito ad impedire gli orrori del XX secolo.
È tutta un’idea romantica, quella che noi possiamo impedire gli orrori.

Kazuo Ishiguro – Intervista pubblicata nel 2006 sulla rivista Stilos (estratto)