la polvere del mondo e le pietre di scarto

Prima di essere una persona che scrive, io sono una persona che legge.
Così la domanda: “Perché scrivi?” – che certo qualcuno mi avrebbe fatto – in un primo momento, io la ribalto in quest’altro quesito: “Perché leggo? Perché leggiamo?”
Che bisogno abbiamo di leggere? Il mondo ha bisogno di lettori?
Pier Vittorio Tondelli

 

  • La strega e il capitano, Leonardo Sciascia
    L’affaire Moro, Leonardo Sciascia
  • La donna che sbatteva nelle porte, Roddy Doyle
  • Ritorno a casa,Natasha Radojcic
  • Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo, che salvò Primo, Carlo Greppi
  • Uccidere un fascista, Giuseppe Culicchia
  • L’evento,Annie Ernaux
    Il libro bianco,
    Han Kang
  • Camere separate,Pier Vittorio Tondelli
  • Apeirogon, Colum McCann

 

La strega e il capitano, Leonardo Sciascia (1986 – pp. 76)
L’affaire Moro, Leonardo Sciascia (1978 – pp.  197)

Nel febbraio del 1617, a Milano, Caterina Medici, serva «di ciera diabolica», viene condannata al rogo. In apparenza, uno dei tanti casi di stregoneria depositati nei nostri archivi. Ma la scrupolosa, o meglio accanita, ricostruzione che all’atroce caso dedica Sciascia in questo libro del 1986 ci mostra che non è così, giacché tutta la vicenda nasconde tra le pieghe interrogativi e zone d’ombra.

Nello sbrogliare l’esasperante pasticciaccio con le cadenze e il montaggio di un thriller – consegnandoci una inconfondibile, magistrale miniatura microstorica –, ancora una volta Sciascia scrosta dalla Storia una delle innumerevoli maschere del potere, sino a svelarne il volto.
E ancora una volta riesce ad assimilarsi sapientemente allo stile dei documenti, affidando la luce del giudizio al contrappunto mentale dei lettori.

Un libro, dunque, è come riscritto in ogni epoca in cui lo si legge e ogni volta che lo si legge. E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi. Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova spazio e riscatto.
Leonardo Sciascia

Sciascia può dunque essere annoverato tra gli autori che intendono dare giustizia al Dimenticato.

L’affaire Moro viene pubblicato nell’autunno del 1978, qualche mese dopo la strage della scorta di Aldo Moro, del suo sequestro e successivo assassinio.

Rileggerlo scuote più di quanto non riuscì a fare nel momento in cui vide la luce.
Adesso che si sa molto di più sull’accaduto, dopo diversi processi penali, inchieste parlamentari, appare ancora più straordinaria questa singolare opera di Sciascia.

In un mio libro – se non ricordo male il Contesto – ci sono queste due battute: Tutti i nodi vengono al pettine, dice uno. E l’altro risponde: Quando c’è il pettine.
Ecco: il caso Moro è un grande e terribile nodo venuto al pettine. Ma il problema è che questo nostro paese riesca a trovare un pettine. Per conto mio, direi di averlo.
Un piccolo pettine, un pettine tascabile. E anche se il nodo è troppo grosso, troppo diabolicamente complicato, sto tentando di scioglierlo: per me, e per quelli che sentono e pensano cosa se ne può trarre una volta che ognuno avrà tentato di sciogliere questo nodo nella propria coscienza, è che la menzogna genera menzogna, che l’Italia è un paese senza verità: che bisogna rifondare la verità, se si vuole rifondare lo Stato.

Presentando il libro nella sua ultima edizione (1983), Sciascia scriveva opportunamente questo libro potrebbe anche esser letto come opera letteraria, ma l’autore – come membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla “affaire” – ha continuato a viverlo come opera di verità.

 

La donna che sbatteva nelle porte, Roddy Doyle (2000 – pp. 240)

Mi chiamo Paula Spencer. Ho trentanove anni. La settimana scorsa era il mio compleanno. Sono vedova. Sono stata sposata per diciotto anni.

«Sono caduta un’altra volta per le scale» le dissi. «Mi dispiace».
Nessuno mi aveva chiesto niente. E la bruciatura sulla mano? I capelli che mi mancavano? I denti? Aspettavo che me lo chiedessero.
Chiedetemelo. Chiedetemelo. Chiedetemelo. Gliel’avrei detto. Avrei raccontato tutto. Guardatela, la bruciatura. Chiedetemi come me la sono fatta. Chiedetemelo.
L’orrore della violenza domestica e la forza delle donne.

 

Ritorno a casa, Natasha Radojcic (2003 – pp. 176)

Da qualche parte Halid aveva letto che i polli discendevano in linea diretta dai dinosauri. Come lui erano gli eredi di valorosi guerrieri, e come lui non avevano più una briciola di coraggio.

Ambientato nella Bosnia del dopoguerra è la storia del musulmano Halid, del suo ritorno a casa, impossibile, come del resto quello dell’autrice.
La quale, in apertura, ringrazia tra le altre con nome e cognome, le molte persone ridotte al silenzio, senza volto eppure non dimenticate nella ex-Jugoslavia e in tutto il resto del nostro mondo tormentato, la cui continua sofferenza mi aiuta a restare umile, mi ispira, e mi dà la forza e un motivo per andare avanti.

Dunque, la scrittura serve a fissare l’esistenza dolorosa di chi non ha potuto fuggire, ma anche quella, altrettanto dolorosa, di chi, fuggito, non può dimenticare da dove viene, consapevole, tuttavia, che non vi tornerà più.
Halid torna e resta da morto.
Ha pensato stoltamente di ritrovare quello che ha lasciato e di cambiare quello che è stato come se non fosse mai stato. Ma già il paesaggio che gli viene incontro, quando sceso dal treno non è più quello di un tempo. E i gesti che vi si compiono, anche se sono quelli di sempre, hanno qualcosa di rassegnato. Cinque anni di guerra lasciano il segno.

La sorte dei profughi è di per sé infelice: I profughi sono come animali – dice Mira –. Sporcano dappertutto […] Si raccontavano storie tremende sulla cocciutaggine dei profughi. Non se ne andavano nemmeno dopo che gli abitanti del villaggio avevano dato fuoco alle loro cose. Erano testardi, tenaci, come un virus.
Adriana Lotto

 

Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo, che salvò Primo, Carlo Greppi (2023 – pp. 328)

In Se questo è un uomo Primo Levi ha scritto: credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi. Ma chi era Lorenzo? Lorenzo Perrone, questo il suo nome, era un muratore piemontese che viveva fuori dal reticolato di Auschwitz III-Monowitz.

Un uomo povero, burrascoso e quasi analfabeta che tutti i giorni, per sei mesi, portò a Levi una gavetta di zuppa che lo aiutò a compensare la malnutrizione del Lager.
E non si limitò ad assisterlo nei suoi bisogni più concreti: andò ben oltre, rischiando la vita anche per permettergli di comunicare con la famiglia. Si occupò del suo giovane amico come solo un padre avrebbe potuto fare.

La loro fu un’amicizia straordinaria che, nata all’inferno, sopravvisse alla guerra e proseguì in Italia fino alla morte struggente di Lorenzo nel 1952, piegato dall’alcol e dalla tubercolosi.
Primo non lo dimenticò mai: parlò spesso di lui e chiamò i suoi due figli Lisa Lorenza e Renzo, in onore del suo amico.

Questo libro è la biografia di una pietra di scarto della storia, di una di quelle persone che vivono senza lasciare, apparentemente, traccia e ricordo di sé. Ma che, a ben guardare, sono la vera testata d’angolo dell’umanità.

Io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro (…) Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo.
Primo Levi

Lorenzo Perrone venne inviato ad Auschwitz come lavoratore civile, con l’incarico di contribuire all’espansione del campo di concentramento, sotto contratto con la ditta Boetti. Incontrò Primo Levi nell’estate del 1944. Rientrato in Italia, tornò nella natia Fossano (Cn) dove proseguì la sua vita di muratore. Nel 1988 venne riconosciuto come Giusto fra le nazioni.
Matteo Mastragostino

 

Uccidere un fascista, Giuseppe Culicchia (2025 – pp. 240)

Il 29 aprile 1975, dopo più di un mese e mezzo di sofferenze, moriva a Milano uno studente di diciott’anni di nome Sergio Ramelli. Il 13 marzo, mentre tornava a casa, era stato aggredito a colpi di chiave inglese da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia. Sergio Ramelli era iscritto al Fronte della Gioventù.

A distanza di cinquant’anni, quella di Sergio Ramelli rimane una figura divisiva.
Ma chi era davvero Sergio Ramelli?

Dopo i due volumi dedicati a Walter Alasia, brigatista che con Ramelli condivideva diverse cose oltre alla giovane età, Giuseppe Culicchia chiude la sua trilogia sugli anni di piombo con un libro che cerca di ricostruire la vita e la morte di un ragazzo ucciso dopo aver scritto un tema in classe, e di ricomporre le schegge di una deflagrazione che, cominciata con la bomba di piazza Fontana, ha attraversato tutto il paese per oltre un decennio.

Non sono pochi coloro i quali non vorrebbero più sentirne parlare, e che pensano ancora oggi che i morti non sono tutti uguali, e che certi vadano ricordati, mentre altri sia opportuno rimuoverli. Ma il dolore provato da chi li ha amati quando erano in vita non è diverso, anche se c’è chi ritiene che non abbia diritto di cittadinanza.
Scriveva Pasolini: “Noi siamo un Paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia”. Raccontare queste storie è stato il mio tentativo di non perderne la memoria.

Anche questo come i precedenti sarà molto probabilmente un libro divisivo, perché divisivi sono i simboli. Ma Sergio Ramelli è stato un ragazzo, prima di diventare un simbolo. E io ho cercato di restituirgli la sua umanità

 

L’evento, Annie Ernaux (2000 – pp. 128)

Nel 1963 Annie ha ventitré anni, studia a Rouen, ha davanti a sé un futuro da costruire. Quando scopre di essere incinta, sa di non voler portare avanti la gravidanza.
Ma l’aborto è illegale, vietato dalla legge e rimosso persino dal linguaggio.
Nessun medico può o vuole aiutarla, nessuna istituzione la protegge. Per interrompere la gravidanza, deve muoversi nel sottobosco della clandestinità. Il suo corpo diventa così un territorio da cui sembra bandita ogni autodeterminazione. Solo molti anni dopo, l’autrice decide di ripercorrere quel periodo con la precisione implacabile della sua scrittura.

L’evento è il resoconto di un’esperienza solitaria e insieme universale, il racconto di un corpo che lotta per la propria libertà, il ritratto di un tempo in cui la scelta era negata, l’umiliazione sistematica, la sofferenza di  un fatto privato e inconfessabile.
Ma la memoria non è mai solo individuale, e con la scrittura si fa testimonianza, necessità politica, sguardo sulla realtà.

Premio Nobel per la Letteratura nel 2022 :“Per il coraggio e l’acutezza clinica con cui svela le radici, gli allontanamenti e i vincoli collettivi della memoria personale”.

Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, ce n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il solo scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intelligibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri.

Il libro bianco, Han Kang (2016 – pp. 160)

Solitudine, silenzio e coraggio: queste sono le cose che Il libro bianco ha infuso in me come l’aria che respiro.
In un certo senso, non mi sono mai separata da questo libro. Quando mi sento instabile, o sul punto di cedere e crollare, penso a te, e alle cose bianche che volevo darti. Non essendo mai stata credente, questi per me sono gli unici momenti di intensa preghiera.
Premio Nobel per la Letteratura 2024: “Il corpo come memoria”

«E poi, che ne avete fatto della bambina?».
La sera in cui lo chiesi per la prima volta a mio padre, avevo più o meno vent’anni; lui, che non ne aveva ancora cinquanta, rimase qualche istante in silenzio prima di rispondere.
«L’ho avvolta per bene in un panno di cotone bianco e sono salito in montagna a seppellirla».
«Da solo?».
«Be’, certo, da solo».

 

Camere separate, Pier Vittorio Tondelli (1989 – pp. 304)

A trent’anni dalla sua uscita e a ventotto anni dalla morte prematura di Tondelli, Camere Separate è un diario sentimentale e umano fondamentale per la letteratura italiana.

Tondelli aveva chiarito a se stesso qualcosa che doveva aver sempre saputo per via intuitiva: per capire il presente bisognava conoscere il passato e trovare il giusto punto di distanza fra i due. Nelle sue interviste comincia a comparire sempre più spesso la parola solitudine, come valore da cercare e coltivare, insieme al valore, per lui assoluto, della scrittura.
Questi sono anche i temi del suo ultimo romanzo Camere separate, dove l’autore fa i conti con molti aspetti del proprio percorso esistenziale e di scrittore, a partire dalla lingua che ora preferisce più classica (…)

Non sappiamo cosa avrebbe scritto Pier Vittorio Tondelli se avesse avuto altra vita davanti a sé, né come avrebbe reagito all’esplosione della rete, alla prevaricazione delle modalità comunicative sui contenuti letterari, o all’imperversare dei personaggi mediatici.

Da parte mia sono piuttosto sicura che lo avrebbe fatto sempre con la consapevolezza acuta che ha animato l’arco della sua breve e intensissima parabola artistica. Ancora oggi, le parole di questo viaggiatore solitario ci rendono tutti e tutte, meno soli.
Alessandra Sarchi

 

Aperigon, Colum McCann (2021 – pp. 528)

Colum McCann ha fatto diverse operazioni insieme. Tutte complesse.
Ha soprattutto definito tutte le cose con il nome che ha scelto di dare loro, compreso il Muro di Separazione. Ha raccontato con durezza del carcere e dei pestaggi subiti da Bassam Aramin durante i suoi otto anni nelle prigioni israeliane. Ha descritto l’occupazione in tutte le sue forme più insopportabili. Ha chiamato le cose con il loro nome. Apartheid compreso. Discriminazione compresa.

Soprattutto, ha dato voce a quelle vittime senza voce, senza più il diritto di poter raccontare, attraverso il racconto che delle proprie figlie fanno Bassam Aramin e Rami Elhanan. Agnelli sacrificali, candidi, innocenti, a distanza siderale dalla macchina della violenza.

Piena di metallo e tecnica, questa macchina: esplosivo, automobili, detonatori, telefonini, mitra, fucili, proiettili di gomma, cinture esplosive, la grata di ferro sul vetro della jeep, i blocchi di cemento, le curve delle strade, le torrette, il Muro, il traffico in tilt, le strade su strade su autostrade che segnano sempre più inesorabilmente una terra che era deserto e uadi e giardini e città.
Non una rete di strade libere o riservate, checkpoint, ponti levatoi dell’oggi, nastri di cemento intrecciati.

Tutto torna alla mente come un reflusso in gola. Il vento. La luce tanto dura e fortissima quanto gli animi di molti dei suoi abitanti. Gli ospedali, i medici degli ospedali. E gli uccelli, gli unici che possono passare sopra il Muro, anche se le separazioni incidono pure sui loro ritmi.

Apeirogon l’ho già finito. Già mi manca.
Paola Caridi