il rumore del tempo
Vorrei parlare non di me stesso, ma seguire il secolo, il rumore e il germogliare del tempo.
Osip Mandel’štam

- Lo straniero, Albert Camus
- Io? Peter Flamm (Erich Mosse)
- Il processo, Franz Kafka
- Il buio a mezzogiorno, Arthur Koestler
- Il rumore del tempo, Julian Barnes
- I sommersi e i salvati, Primo Levi
- Se non ora, quando? Primo Levi
Quanto spazio rimane alla libertà individuale quando la società stabilisce ciò che è bene e ciò che non lo è, quando un sistema pretende di imporre regole?
Quando un regime politico cerca di controllare non soltanto i comportamenti, ma anche il pensiero e la coscienza?
Un filo lega Meursault, il protagonista di Io?, Josef K., Rubashov e Šostakovič: la difficoltà o l’impossibilità di preservare e difendere il proprio spazio quando le pressioni, dall’esterno, diventano sempre più cogenti.
Con il saggio I sommersi e i salvati il percorso compie una svolta, una pausa di riflessione su ciò che si è attraversato e un ulteriore passo in avanti: non soltanto confrontarsi con tali domande, attraverso le vicende dei personaggi, ma indagare direttamente i meccanismi che ne stanno alla base, con una differente consapevolezza.
Primo Levi diventa così il vero perno del percorso.
I sommersi e i salvati è una riflessione, continua e profonda, sui meccanismi del potere e della violenza, sulla responsabilità individuale, sul comportamento umano all’interno di sistemi estremi, sul rapporto fra vittime e persecutori, sulla memoria e sulla difficoltà del giudizio; rifiuta le semplificazioni e obbliga il lettore a confrontarsi con la complessità delle scelte dei singoli quando il condizionamento esterno arriva a limitarle o a deformarle.
Primo Levi non è soltanto il punto di arrivo; è anche il punto da cui prende avvio una seconda direzione con la proposta di leggere/rileggere, dopo I sommersi e i salvati, altre due opere: La chiave a stella e Se non ora, quando?
Le stesse grandi questioni affrontate anche con prospettive differenti.
Tra le pieghe del racconto – La chiave a stella – si fa luce una vera e propria concezione del lavoro (anche, e soprattutto, manuale) come creatività liberatoria e autopromozione etica, tanto che Levi può scrivere che amare il proprio lavoro «costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra» e che «il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo». E all’obiezione, dolorosamente ovvia, che questa competenza e, dunque, questo piacere e questa libertà sono privilegio di pochi, Levi risponde che sì, è vero, e che «si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena».
(Giovanni Raboni)
Mendel, il personaggio protagonista dell’epopea narrata in Se non ora quando? è l’occhio che osserva e descrive lo svolgersi dei fatti; è qualcuno a cui non è stata data la possibilità di scegliere il proprio cammino. Ha subito una sorta di azzeramento della propria identità, e partire significa ancora una volta prendere consapevolmente la strada della ricostruzione, per l’approssimarsi ad un mondo nuovo, a dei valori tutti da rifondare.
(Patrick Pauletto)
Qui i protagonisti non soltanto subiscono gli eventi: scelgono, si organizzano, prendono posizione, agiscono.
Anche in un contesto nel quale sembra sia lasciato pochissimo spazio alla libertà, emerge la possibilità di assumere una responsabilità e di trasformare così una scelta in azione.
Non proporre un generico messaggio di speranza ma un passaggio, un movimento certamente complesso, dalle domande che ruotano attorno alla condizione dell’individuo, sino a giungere alle domande sulle possibilità di agire.
- Lo straniero (pp. 162 – 1942) Albert Camus
L’estate, quella calda, soffocante dell’Algeria. Una stagione destinata a cambiare per sempre la vita, fino a quel momento ordinaria e quasi banale, dell’impiegato Mersault. Lui, uomo qualunque, talmente anonimo da passare inosservato, che improvvisamente fa qualcosa di orribile: uccide un arabo.

- Io? (pp. 143 – 1926) Peter Flamm (Erich Mosse)
Berlino, 1918. La guerra è appena finita, un uomo torna a casa e non è più lui. «Come un attore me ne sto su un palcoscenico, imparerò la mia parte, è già scritta fino in fondo, di certo già da prima, e io mi limito a recitarla». Mimetizzato per quasi un secolo come un piccolo vortice scuro fra le correnti della prosa espressionista, questo romanzo di Peter Flamm torna ad agire su di noi come un sortilegio, la stenografia di un sisma psichico ancora lontano dall’essere decifrato.
- Il processo (pp. 260 – 1915) Franz Kafka
Un uomo che condivide con l’autore più di una lettera si ritrova alle prese con i mortali ingranaggi della giustizia. Pubblicato postumo nel 1925, qui presentato nella traduzione di Primo Levi, Il processo può essere inteso come emblema della condizione umana: Josef K., il protagonista, è processato e poi condannato per una colpa non commessa, ignota al «tribunale» stesso.
- Il buio a mezzogiorno (pp. 324 – 1940) Arthur Koestler
Ispirato al processo Bucharin del 1938. Mosca, anni Trenta. Nicolaj Salmanovič Rubascëv è un commissario politico: è compito suo scoprire gli avversari del regime, interrogarli, punirli. Ma il destino lo porta sul banco degli imputati. Scritto tra il 1938 e il 1940, pubblicato mentre Koestler si trovava in una prigione inglese, Buio a mezzogiorno mette in scena il corto circuito tra l’aspirazione all’utopia e le conseguenze dell’uso improprio del potere.
- Il rumore del tempo (pp. 191 – 2016) Julian Barnes
In un mondo che premia la velocità e la sovraesposizione, Il rumore del tempo è un atto controcorrente. Non solo perché Julian Barnes ci invita a rallentare e ad ascoltare — davvero, profondamente — ma perché ci conduce in un territorio dove la vita interiore di un uomo diventa teatro di un dramma più grande: quello dell’arte contro il potere, del silenzio contro l’imposizione, della coscienza contro la sopravvivenza. Il titolo, tratto da una frase del poeta Osip Mandel’štam (“L’unica cosa che il tempo lascia dietro di sé è il rumore”), diventa metafora centrale: il rumore del tempo è il fragore assordante della Storia che vuole coprire ogni voce individuale.
- Sommersi e salvati (pp. 196 – 1986) Primo Levi
Quali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario e quali le tecniche per annientare la personalità di un individuo? Quali rapporti si creano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la “zona grigia” della collaborazione? Era possibile capire dall’interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibile ribellarsi? E ancora: come funziona la memoria di un’esperienza estrema?
- Se non ora, quando? (pp.348 – 1982) Primo Levi
Dalle foreste della Russia Bianca attraverso incontri, separazioni, battaglie, stretti da vincoli fraterni e da passioni contrastate, Primo Levi racconta l’interminabile epopea di partigiani ebrei polacchi e russi, uomini e donne, tra la Polonia e la Germania, epopea che si conclude, dopo varie peripezie, nelle vie della vecchia Milano.
Non mi sono prefisso di scrivere una storia vera, bensì di ricostruire l’itinerario, plausibile ma immaginario di uomini e donne superstiti di una civiltà (poco nota in Italia) che il nazismo aveva distrutto fin dalle radici, stremati ma consapevoli della loro dignità.
- La chiave a stella (pp. 208 – 1978) Primo Levi
Faussone, detto Tino, il protagonista di questa «opera prima» di Primo Levi è un operaio specializzato che si lascia alle spalle la dura esperienza della catena di montaggio alla Lancia e gira per il mondo a montare gru, ponti sospesi, strutture metalliche, impianti petroliferi. Il romanzo racconta la sua vita e il suo lavoro: una sorta di Odissea moderna con protagonista una specie di Ulisse dall’India alla Russia, dall’Alaska all’Africa.
