tutti giù per terra!

Quando il mondo classico sarà esaurito,
quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani,
quando non ci saranno più le lucciole, le api, le farfalle,
quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione,
allora la nostra storia sarà finita.
Pier Paolo Pasolini (1962)
Dalla grande guerra ai giorni nostri, un secolo di storie e di Storia, con l’attenzione prospettica volutamente messa a terra.
E proprio dalla terra, il percorso prende avvio, terra intesa non soltanto come spazio fisico, ma come luogo di appartenenza, identità e memoria.
Dalla montagna e dal mondo contadino raccontati nei primi romanzi, fino alle comunità rurali e alle periferie sociali, la terra rappresenta un punto di osservazione da cui registrare le grandi trasformazioni del Paese.
Nei libri di Rigoni Stern, Fenoglio, Silone e Levi, seppure con prospettive differenti, emerge il rapporto tra individui, e tra comunità e territorio, rapporto segnato dalle condizioni di marginalità e povertà che hanno caratterizzato una parte rilevante della storia italiana.
Progressivamente la terra diventa ancor più memoria.
Il cambiamento della società, la modernizzazione, l’abbandono delle campagne e la perdita dei luoghi d’origine: in questo senso, il ritorno alle radici raccontato da Pavese e la raccolta di testimonianze in presa diretta, a cui ha lavorato per anni Revelli, mostrano come sia possibile conservare la memoria, restituendo la dignità a persone e a modi di vivere che rischiano di essere cancellati dalla narrazione ufficiale.
Negli ultimi testi il percorso arriva al presente e alla voce degli ultimi.
Le forme della marginalità cambiano.
Le opere di Leogrande e Celestini mostrano come la letteratura, almeno la letteratura, possa creare uno spazio per dare la giusta cittadinanza che spetta a chi vive ai margini.
Raccontare, quindi, non è un gesto neutrale: scegliere chi ascoltare e interrogarsi sulle responsabilità della società.
- Storia di Tonle, Mario Rigoni Stern
- La malora, Beppe Fenoglio
- Fontamara, Ignazio Silone
- Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi
- La luna e i falò, Cesare Pavese
- Il popolo che manca, Nuto Revelli
- Uomini e caporali, Alessandro Leogrande
- Poveri cristi, Ascanio Celestini

Storia di Tönle (pp. 113 – 1978)
Il racconto della Grande Guerra, qui, non è la vendetta ma il suo contrario: il perdono. Perché questo non è un libro di guerra ma di pace, di speranza. E se la baita non c’è più, perché ne puoi solo più vedere – e da lontano – le rovine fumanti, se lassù non resta più niente da distruggere, e più niente per poter vivere, a casa ci si ritorna lo stesso, perché il mondo è la nostra casa e la nostra casa è il mondo. Tönle è un antidoto umano alla guerra disumana; è un uomo che sa scegliere i tempi e gli spazi per andare al pascolo e riposare, per viaggiare e fermarsi, per fuggire e star fermo, quasi come un filosofo antico.
(Lucio Lontano)

La malora (pp. 90 – 1954)
L’odissea di Agostino, servo-contadino. Nel cuore, come l’eroe greco, la sua piccola patria, San Benedetto, i suoi cari, il suo podere. E a questo mondo, come alla vera patria, egli tornerà per restarvi per sempre. Al succedersi e intrecciarsi degli avvenimenti, al variare delle relazioni e delle scoperte di Agostino è sottesa, come un filo d’oro, una costante della coscienza e della memoria, che è il valore della fedeltà alle origini, agli affetti familiari, alla terra.
(Anna Maria Alessandra)

Fontamara (pp. 182 – 1933)
Fontamara, nome immaginario di un piccolo villaggio di montagna, derivato da Fonte amara, carico di significati allusivi per le vicende che vi si svolgono, in gran parte originate dalla incredibile contesa per un ruscello di acqua che è ragione di vita per la povera comunità che vi abita.
(Vittoriano Esposito)
Anche se narrava i fatti accaduti in un piccolo e immaginario villaggio abruzzese tutti si sono riconosciuti perché davvero in quel villaggio si svolgeva l’intera storia universale.
(Raffaele La Capria)

Cristo si è fermato a Eboli (pp. 272 – 1943)
Il romanzo è la scoperta di un mondo fuori dalla storia, e vittima di esso, che può ridisegnare, facendovi il suo ingresso, gli stessi caratteri del mondo occidentale, ormai vecchio e votato alla catastrofe.
(Giovanni Falaschi)
La peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo.
(Italo Calvino)

La luna e i falò (pp. 214 – 1949)
Non è affatto un viaggio nostalgico, ma un ritorno-ricordo sostanzialmente, un viaggio alle origini. La luna e i falò restano là dove il tempo sembra essersi fermato, mentre l’uomo che torna non possiede più lo sguardo innocente di un tempo, ma porta con sé la consapevolezza del distacco. Pavese non compone un’autobiografia. Svolge il grande tema del ritorno alle radici, al luogo dove si nasce e si muore.
(Gian Luigi Beccaria)

Il popolo che manca (pp. 235 – 2013)
Un coro di voci degli anni del boom, ascoltate e raccolte da Revelli nelle montagne e campagne del cuneese, un repertorio di esperienze, opinioni, credenze, consuetudini, sogni, per ricordare ciò che siamo stati. È bello, commovente e utile riascoltare queste voci senza retorica, nella loro mescolanza di disperazione e speranza, nella libertà e vitalità della loro lingua imbevuta di dialetto, e confrontarle con le frastornanti chiacchiere dei nostri giorni.
(Goffredo Fofi)

Uomini e caporali (pp. 264 – 2008)
È un io narrante che si espone in tutta la sua fragilità e rivendica apertamente la tensione etica e civile di uno sguardo verso gli ultimi, i sommersi, i marginali.
(Fabio Moliterni)
Non è la miseria, come in molti a questo punto sarebbero portati a pensare, il principale retaggio del passato. È la violenza, la disumanità delle relazioni, la bestialità della sopraffazione.
(Alessandro Leogrande)

Poveri cristi (pp. 240 – 2025)
Ci sono tanti modi per raccontare i poveri cristi, gli ultimi, ma la più rispettosa, per me, è quella che usa le loro parole. Il narratore di questo spettacolo li racconta come santi perché ogni giorno fanno il miracolo di restare al mondo. Di essere i migliori del circondario.
(Ascanio Celestini)